Jugyuzu: alla ricerca del bue

Questo racconto era stato oggetto di una serie di conferenze che tenni, ad una radio locale negli anni 80, per spiegare alcuni concetti basilari del buddismo. Con queste note, lungi da me alcuno scopo didattico sul buddismo, che supera di molto le mie conoscenze, ho desiderato affrontare l’argomento limitando i commenti al legame con la pratica del Budo, cosa che faccio da oltre sessanta anni.

Spero che dalla loro riflessione nascano i germi per una corretta pratica delle arti marziali per quello che realmente sono, molto diverse da quanto appaiono nelle forme moderne. Ritrovando recentemente i vecchi appunti, ho pensato di farne delle piastre in ceramica raku, che esporrò alla mostra che la a.s.d. S.I.D.O. terrà a Riva Ligure dal 6 al 14 luglio, accompagnate da un breve commento specificatamente indirizzato a quelli che si interessano o pensano di praticare il Budo. 

Le prime notizie della storia si hanno nel XII° secolo con otto tavole accompagnate da una poesia ed un commento; nel XV° secolo viene rielaborata con altre due tavole da un pittore giapponese e sono attualmente gelosamente conservata in un tempio. Le figure rappresentano, in forma simbolica, la ricerca del Sè, ed il desiderio che qualche cosa, al di là della realtà quotidiana, deve essere ricercata: il bue (il Sè) che deve essere domato al fine di ritrovare la natura originaria e il ragazzo che si accinge ad affrontare questa ricerca.

 Attraverso tappe successive, l’ego e la mente discriminante vengono vinte e l’uomo ritrova l’armonia con la natura ed il Satori, svuotato da desideri egoistici, può, tornare alla vita quotidiana per aiutare gli altri alla ricerca del senso della vita. Secondo il pensiero buddista, l’uomo è di per sè un Budda, ma non lo percepisce: le varie tappe della ricerca lo portano alla comprensione del Wu Wei vuoto (figura otto caratterizzata dal cerchio vuoto) ed al Wu Nieni spontaneità (figura nove), per giungere all’ultimo stadio, quello ove le forze Ynn e Yang sono comprese e permettono l’azione giusta al momento giusto.

Mi auguro che qualcuno trovi queste brevi note interessanti e mi scuso per l’eventuale poca chiarezza nella difficile esposizione. Per eventuali approfondimenti contattatemi.

1) Jingyu: alla ricerca del bue

E’ il primo impatto con l’ambiente del dojo, l’allievo non conosce nulla, deve adattarsi a rituali sconosciuti e seguire ciò che dice il maestro. Oggi e’ difficile trovare il maestro giusto, (sono troppi) e i condizionamenti che questi può indurre nell’allievo son molto difficile da estirpare in seguito.

2) Kenseki: la scoperta delle impronte

L’allievo si è ambientato e gli insegnamenti cominciano ad essere padroneggiati, anche se ancora non si capisce quale ne sia l’utilità; si cominciano le letture dei libri che possono aiutare e si è invogliati ad approfondire il significato del lavoro che si sta facendo.

3) Kengyu: si vede lontano il bue

Con il prosieguo degli allenamenti le tecniche migliorano e la soddisfazione personale per le nuove capacità aumenta il desiderio di proseguire per acquisire altre possibilità di lavoro. E’ il tempo in cui le tecniche sono accompagnate alle esercitazioni di natura interiore quali il controllo del kokyu o la concentrazione

4) Tekuyu: cattura del bue

Resistenza, tecnica e forza permettono un buon lavoro, ma ecco che sorgono i dubbi e le paure su quale tecniche o strategie applicare alle varie situazioni del combattimento per risultare vincitori; i timori per non essere all’altezza, possono indurre alla rinuncia, ci si accorge che è difficile realizzare alcune tecniche ed i difetti vengono a galla. E’ necessario impostare un lavoro duro e disciplinato per estirpare le lacune che sono sorte.

5) Bokugyu: il bue è domato

E’ giunto il tempo in cui le vittorie riempiono il nostro ego; alcuni principi e tecniche ci hanno svelato i loro segreti, è il periodo in cui superbia e il pensiero di essere arrivati ci fanno credere di essere superiori agli altri, addirittura dei maestri. Mettiamo in discussione gli insegnamenti ricevuti da colui che ci ha introdotto nell’arte ritenendo che non abbia più niente da dirci o insegnarci. E’ la tappa più difficile perché le conquiste fatte devono essere verificate, perché ci si può imbattere in situazioni che potrebbero fare miseramente crollare il lavoro svolto. Il bue potrebbe ancora sfuggire, quindi volontà, attenzione e lavoro sono necessarie per un completo addomesticamento del bue: solo quando il bue viene completamente sottomesso e segue docilmente i voleri dell’uomo, la vera comprensione è raggiunta.

6) Kigyukika: ritorno a casa con il bue

Superati gli scogli dell’ego e della superbia, comincia una capacità di muoverci con spontaneità; avendo mente e corpo unificati possiamo proseguire da soli in modo autonomo. E’ la conquista del Satori, il risveglio: gli errori sono stati debellati ed il pensiero ha ritrovato l’autonomia, si è come allo stadio iniziale della pratica ma ad un livello incomparabilmente superiore, anche all’esterno difficilmente lo si nota ma l’armonia è divenuta il nostro centro, Wu shin e Wu nien sono dominanti, ogni nostra azione nasce dalla spontaneità.

7) Bogyusonjin: dimenticare il bue

Tutto quanto si è imparato è divenuto parte della nostra interiorità, ma qualche fatto dalla quotidianità può farci capire che forse c’è qualche altra cosa che è più importante, perché alcuni eventi (disgrazie, malattie) possono farci regredire ad un livello precedente.

E’ il momento della riflessione che ci permette di comprendere che le capacità acquisite con la lunga pratica ancora non sono sufficienti per una vita piena. L’uomo può guardare attorno a sè la natura e tutto ciò che lo circonda. L’uomo è divenuto maestro ed è assolutamente libero

8) Ningyugubo: bue e ragazzo sono scomparsi

Nel disegno compare solamente un cerchio vuoto, significa che l’allievo si è liberato dalle idee di giungere ad un obiettivo, ma lo spazio vuoto attorno invita ad un ulteriore proseguimento per continuare a migliorarsi senza più mire di arricchimento materiale (denari, fama, riconoscimenti). Il vuoto cerchio rappresenta le passioni cadute, la ricerca del vero cessata, e nasce l’esigenza di trasmettere agli altri le verità conquistate

9) Hembongengen: ritorno all’origine.

Si vede la natura delle cose per quello che esse sono nella realtà, senza più le ombre del dualismo che offusca la vista ed il pensiero; in questo stadio avere allievi, essere forti, avere avversari per dimostrare le nostre capacità, sono superati. Il vecchio allievo si muove ora in perfetta armonia con il tutto.

10) Nyutensuisu: ritorno alla vita

La figura presenta un Bodhiswatta che parla con il ragazzo, è un uomo dal quale traspare la felicità, non ha attaccamenti, ha un grosso sacco sula spalla, pieno di doni (sono forse quelli della saggezza? è forse il ragazzo trasformato in Hotei?) Lascio a voi cercare la risposta; ora l’allievo/maestro, ormai libero da condizionamenti è in grado di trasmettere agli altri i doni di saggezza ricevuti con il lungo tirocinio, per dare agli altri qualche seme di verità. Siamo difronte al 10° dan, ove il combattimento, se necessario, viene semplicemente annullato assorbendo i movimenti dell’avversario, rendendoli vani. Le nebbie del passato scomparse, il continuo allenamento svolto senza più scopo, quegli attimi di tecnica perfetta gli fanno toccare con mano che la realtà e proprio lì: fare la cosa giusta nel momento giusto.

La via del Tao è conclusa con la scoperta che questo non è altro che la vita stessa. Come affermava il maestro Dogen, è necessaria intensa concentrazione e continuità di intento per tutta l’esistenza.

Pier Domenico Anzalone

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