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jugyuzu

Jugyuzu: alla ricerca del bue

Questo racconto ci offre una spiegazione fondamentale dell’arte di Ueshiba e dell’essenza dell’Aikido nel suo scopo finale: edificazione di un mondo pacifico e dei principi che devono indirizzare il praticante; diamo qualche chiarimento: Il testo segue lo sviluppo di una esperienza intima e personale che sfocia nell’obiettivo finale dell’Aikido. Ueshiba espone i princìpi per fondare la famiglia mondiale (SEKAI KAZOKU) che inizia dall’individuo con una lotta contro i propri istinti, ego, che evolverà nella capacità di ritrovare se stesso e da qui di agire in unità con il mondo. L’apertura di questo testo fantastico, inizia con l’apparizione di un fantasma bianco. Il termine giapponese YUTAI che traduciamo con “fantasma” designa il corpo etereo che nasce dalla esperienza di uno sdoppiamento astrale. Senza togliere nulla al carattere reale e personale dell’esperienza ,sottolineiamo che l’espressione fantasma bianco si ritrova nell’esperienza mistica di LU TSOU del VII° secolo. L’espressione designa l’anima che i taoisti chiamano PO, l’anima terrestre e mortale ,a confronto con l’anima HOUEN, che designa l’anima celeste e immortale ricevuta dal Grande Vuoto. L’esperienza del fondatore dell’Aikido fa dunque eco ad altre esperienze similari ancorate in una tradizione secolare. La posta del combattimento di Ueshiba contro il fantasma, è l’esperienza dell’anima celeste che il testo designa sotto l’espressione figura di luce (HIRAKI NO SUGATA) sull’anima corporale (HAKU). Questo racconto riprende uno dei temi maggiori dell’insegnamento del fondatore :la dialettica tra le due anime dell’essere umano tra HAKU e KON, avente per scopo l’egemonia dell’anima spirituale ( Takemusu Aiki vol. 2) Il confronto tra le due anime si manifesta a Ueshiba sotto forma di un confronto tangibile con il fantasma bianco. Il confronto è all’inizio ambiguo perché in faccia al fantasma bianco Ueshiba possiede un corpo. Il fantasma lo tocca con la spada al ventre (HARA) e al petto (MUNASAKI). Il confronto si fa tramite l’azione . E’ notevole che a questo stadio l’anima corporale domina il combattimento che si traduce per Ueshiba nella incapacità a rilasciare la sua attenzione nelle proprie mani’. Qui si trova uno dei temi principali che Ueshiba sviluppa per reindirizzare la propria pratica : quando l’anima corporale domina il soggetto ,questo non è presente a se stesso e segue necessariamente il corpo delle cose (MONO). Le cose sono ciò che cadono sotto i sensi o più esattamente ciò che è costituito dalle stesse. La dominanza dell’anima sensitiva (corporale) conduce così il soggetto ad essere sotto il dominio delle cose,e così ad essere espropriati di se stessi. Espropriazione del se’ che rende perfettamente l’espressione” in realtà un altro me stesso” .E’ questa divisione di essere se stessi lo iato intimo di cui il corpo e’ la causa e che bisogna superare per ritrovare l’unità interiore che permetterà finalmente l’unità con il mondo. Al secondo stadio dell’incontro,l’anima corporale perde la dominanza: e’ disarmata per una azione.”gli tolsi la spada con un colpo verso il basso”. Di seguito la dominanza si fa con un solo sguardo.”quando lo fissai con uno sguardo la spada scomparve”. Al secondo stadio dell’incontro l’anima corporea perde il dominio: è disarmata per una azione “io lo privai della sua spada con un colpo verso il basso”. E’ dunque per un movimento interiore che non impegna più il corpo che il soggetto prende il sopravvento nello scontro. Bisogna notare che è a partire da questa forma di dominio che si fa senza sforzo, senza movimento che il fantasma bianco ,l’anima corporale, e’ vinto. L’anima corporale è vinta per il superamento dell’agire ,l’ostacolo del corpo e’ superato: ”In questo momento , quando mi riguardai, vidi che non avevo più forma (SUGATA). Lo sguardo allora non passa più sotto il dominio delle cose esteriori ma può farsi interiore . Ueshiba può girarsi verso se stesso e contemplare il centro della sua intimità, vale a dire la sua anima spirituale che si manifesta sotto forma di una luce : “persisteva unicamente una una figura di luce (Hiraki no sugata) circondata da nuvole luminose”. A questo stadio di progressione verso l’intimo, il soggetto si identifica alla pura luce, ma senza essere ancora giunto ad un pura coincidenza con il sé. La figura di luce non gli sembra essere lui stesso che in modo secondario. Così la percepisce come un corpo: “io mi dissi che doveva essere semplicemente un corpo spirituale (REISHIN). La luce sembra essere allora semplicemente un ostacolo, la manifestazione di uno iato nel seno dell’intimo che bisogna ancora superare. A questo corpo sono associati altri elementi sottili che costituiscono il soggetto ed il suo ambiente, senza per altro che il soggetto si identifichi ad essi: “ l’ambiente era pieno di nuvole di luce” “la sensazione di tenere una spada di legno” “una respirazione (kokyu) “e una coscienza di se (JIBUN no ISHIKI)-coscienza di se’ che mostra bene la persistenza di una dualità, la non coincidenza del soggetto con se stesso. Bisogna ricordare che Ueshiba non si identifica con questa coscienza .La frase giapponese può tradursi testualmente così “aveva coscienza di se”. Ueshiba si stupisce di questa persistenza di una coscienza. “e pertanto aveva una coscienza di se”……Nello stesso tempo non dice esattamente “io avevo la sensazione di tenere una spada “ ma testualmente”c’era la sensazione di tenere una spada”. Queste forme grammaticali impersonali sono ricorrenti nel giapponese e non sono generalmente tradotte ,ma senza dubbio si può rilevare qui in modo particolarmente significativo perché Ueshiba , al terzo stadio della sua esperienza reintroduce il soggetto usando il termine (JIBUN). In effetti la progressione interiore verso ciò che costituisce il cuore dell’intimità continua ed un terzo stadio appare. Ma questo stadio, il più profondo dell’intimità si rivela essere ad uno stadio ove il soggetto non può più affermare il suo io “ non avevo più né spada nè me stesso, nè nuvole di luce, non c’è più il ki della luce bianca” Bisogna prendere atto di questo stadio paradossale : da un lato Ueshiba dice “non c’è più un me stesso (JIBUN)” e d’altra parte “ io provai come se il me stesso (JIBUN)” rimanesse nell’insieme dell’universo. E’ un non me

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provarci

Concediamoci la possibilità di provare

Fa qualcosa di sciocco come camminare scalzo nel parco o bagnare i piedi in una fontana. Prova qualcuna delle cose che “non sta bene fare”. Apriti a cose che non hai mai fatto perchè erano sciocche o banali. Ricorda che la paura di sbagliare è assai spesso paura di essere ridicolo o disapprovato. Se lasci che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali nulla hanno a che fare con te, puoi cominciare a valutare il tuo comportamento secondo i tuoi, e non i loro, criteri di giudizio. Stimerai le tue capacità, non già migliori o peggiori, bensì semplicemente diverse da quelle degli altri. Tenta di fare cose che hai sempre evitato, dicendoti: “in questo sono bravo”. Potresti trascorrere un pomeriggio a dipingere un quadro, e divertirti un mondo. Se il risultato sarà men che magistrale, non avrai fallito: avrai passato una mezza giornata piacevole. Voglio usare questo paragrafo, tratto dal libro “Le Vostre Zone Erronee” di Wayne W. Dyer, come spunto per una personale riflessione: la paura di sbagliare sul tatami che si genera nel “principiante”. Quando si entra per la prima volta in un dojo, di solito la reazione è di folgorazione-entusiasmo: “sì, anch’io voglio essere bravo così!”. Si fanno le lezioni di prova e poi ci si iscrive ufficialmente. I primi tempi i principianti vengono guidati, istruiti nei movimenti base, nelle cadute e nelle varie tecniche da studiare o eseguire. Poi arriva il momento in cui il principiante viene seguito solo parzialmente, successivamente solo nelle situazioni (tecniche) più complesse, articolate. In questi ultimi tempi ciò che noto è una sorta di immobilizzazione da parte delle cinture più “giovani”, quando viene chiesto loro di essere autonome, intraprendenti. Noi cinture più “alte” non diamo per scontato che la tecnica sia stata completamente capìta subito, a volte non le comprendiamo subito neanche noi, ma abbiamo bisogno di capire, vedere cosa il nostro compagno più inesperto ha recepito (parte della tecnica o il suo insieme, cosa fare e come spostarsi, la caduta, ecc.). Molto spesso , quando viene chiesto di PROVARE a ripetere la tecnica, le cinture bianche restano immobili, come cervi abbagliati dai fari su una strada di notte. A questo punto mi chiedo : non avranno compreso nulla? avranno paura di sbagliare? come posso aiutarli se non so quanto o cosa hanno capito? E poi mi accorgo che ciò che li blocca di più è la paura di sbagliare. Ritengo che in situazioni come gli allenamenti in un’arte marziale sia più che giusto, se non doveroso, SBAGLIARE. Siamo talmente inquadrati nello stereotipo in cui sbagliare sia un fallimento che non ci diamo la possibilità di provare e lasciarci guidare da che ne sa più di noi, per poi farci correggere: DATEVI LA POSSIBILITA’ di provare, di sbagliare, di fare giusto subito, di dire “non ho capito nulla”. Spesso, terrorizzati da un possibile sbaglio, i principianti chiudono la loro mente agli aiuti che non siano verbali; ma nelle arti marziali si studia soprattutto COL CORPO: lasciate che il vostro compagno vi guidi fisicamente (!) alla realizzazione completa della tecnica, lasciate le parole per la fine della lezione. Molto spesso non ci sono parole corrette per aiutare a capire tecniche create dalla nostra cultura, ancora di più risulta difficile se le tecniche arrivano da una cultura come quella giapponese! Un famoso detto recita: “chi si ferma è perduto” e in questi casi/momenti è vero, anche se meno drastico. Non fatevi fermare dalla paura di non riuscire al primo colpo, lasciate che i colleghi più anziani vedano se e cosa avete capito, date loro la possibilità di aiutarvi. Francesca Manduca

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Kyushindo Kihon

IL KYUSHINDO Queste riflessioni nascono dall’esigenza di farvi partecipi del pensiero di uno dei grandi maestri che ho incontrato nel mio cammino nel mondo del Budo. In questo percorso le sue idee sono penetrate in me come parte integrante di ciò che vorrei voi comprendeste nel vostro percorso .Il mio cammino è stato lungo e difficile, il legame Judo/Aikido si è formato ripensando alle spiegazioni di Kenshiro Abbe che non eravamo in grado di capire, ma che poi hanno trovato la via per penetrare la mia superficiale concezione di cosa sia il Budo. Oggi non penso ci sia qualcuno in grado di approfondire i concetti che vi esporrò , e quindi dovrete fare degli sforzi ,ma voi siete avvantaggiati perché praticate Aikido che è una versione ancora più raffinata di questi pensieri. La traduzione dei kanji di cui si compone il termine ci permette di avere una idea di cosa si tratti, ma come al solito questi possono essere letti ed interpretati in modi diversi portando spesso l’occidentale ad avere idee errate sul loro significato. Ritengo di essere corretto identificando KYU con ricerca della verità, studio, ricerca della perfezione SHIN con perfezione, mente, spirito, centro che qualifica le cose DO con via, cammino per Molti lo considerano una nuova filosofia, in effetti il maestro K. Abbe è menzionato tra i filosofi giapponesi, ma io penso che si tratti di un diverso metodo educativo perché non è basato su speculazioni mentali ma è molto pratico ed investe la quotidianità. I concetti che caratterizzano il Kyushindo si sono sviluppati in lui gradualmente dagli anni della gioventù, sino alla illuminazione, quando gli studi fatti e le esperienze di vita, hanno trovato il loro centro e si sono fusi, dando inizio al sogno che lo accompagnerà per tutta la vita. La molla che ha fatto scattare in lui l’esigenza di un rinnovamento nel pensiero dei giapponesi e degli altri esseri umani è certamente nata dalla considerazione che le tradizioni e gli stili di vita, a seguito della sconfitta, erano radicalmente mutati, dispersi in un filosofia che mirava al soddisfacimento di benefici immediati, eliminazione dello spirito di sacrificio, perdita di tutti quei valori spirituali tratti dalla tradizione samuraica. I fondamenti etici del Kyushindo vanno ricercati in antichi testi filosofici e religiosi giapponesi, nello studio del pensiero buddista del filosofo Nichiren, nello stretto legame intellettuale con il fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, nella ricerca del significato del Sutra del Loto, persino nei filosofi presocratici, e nei principi della severa educazione di tipo samuraica ricevuta vivendo nel Busen del Butokukai. In effetti il termine esatto per definire la sua opera è Kyushindo Budo: metodo educativo incentrato sulle arti marziali. Dato che il maestro K. Abbe fu probabilmente il più forte combattente di judo nel periodo pre seconda guerra mondiale, moltissimi praticanti che ebbero contatti con il suo insegnamento, cercarono soprattutto di carpirne i segreti tecnici per trasferirli in una qualunque arte marziale.Purtroppo non fu così, anche se oggi ci sono Organizzazioni che affermano di praticare le varie discipline con il suffisso Kyushindo. Ma il maestro non ha rilasciato a nessuno questa autorizzazione. In effetti tutti i suoi allievi non sono stati in grado di entrare oltre una superficiale conoscenza del bagaglio tecnico del maestro. Anche noi imperiesi, che lo frequentammo abbastanza a lungo essendo allevi del maestro Botton , discepolo dal momento del suo arrivo in Europa, poco capimmo di cosa volesse comunicarci: la frammentarietà degli incontri, le difficoltà linguistiche (non parlo bene inglese,ma la mia shinai conosce tutte le lingue ) era la frase che accompagnava il suo insegnamento, non era certo il metodo più facile per penetrare un pensiero filosofico.Forse Cesare Barioli, tra gli italiani, un forte judoka milanese che lo tenne con sè qualche mese a Milano riuscì a penetrare il senso del suo Kyushindo judo. In quel tempo anche noi ,come tutti, cercavamo il mezzo e la tecnica più congeniale per vincere,ma non capivamo anche perché non vedevamo una logica sequenza su ciò che ci insegnava. Fui orgoglioso quando mi volle scrivere Kyushindo sul dorso dell’hakama e la osservavo come un dono particolare di un grandissimo maestro, ma francamente il significato di cosa fosse e cosa comportasse viverlo mi fu chiaro solo dopo molti anni di ricerche. Con il passare del tempo e con l’approfondimento dell’Aikido, mi sono ritrovato a riconsiderare cose udite dal maestro Abbe e a mia volta a riproporle agli allievi come fossero miei pensieri, ma erano invece frasi nascoste nell’inconscio che avevano trovato il terreno adatto per chiarirsi . KIHON I fondamenti Il Kyushindo è fondato sullo studio delle leggi fisiche quali manifestazioni di principi che regolano l’universo e attraverso lo studio possiamo inserirli nel nostro spirito. Benché le nostre conoscenze di queste leggi sono troppo limitate,a causa dei nostri limiti, possiamo dire di conoscere solo l’apparenza delle cose ; i l Kyushindo tende ad oltrepassare la non realtà andando a ricercare il cuore dei fenomeni attraverso lo studio di tre principi fondamentali. Sono tre i cardini su cui poggia tutto il Kyushindo: Bambutsu ruten: tutto si muove Ritsudo: i movimenti sono ritmici Chowa: tutto tende all’armonia Il primo è strettamente legato al pensiero presocratico di Eraclito, anzi è la traduzione dell’aforisma Panta Rei che afferma l’unità degli opposti e che tutte le entità si muovono incessantemente: (tutto cambia, non si può fare un passo nella stessa acqua di un fiume). Ora se tutto si muove in un moto perpetuo, ne deriva che non ci può essere nulla di fisso.Se l’universo è in perenne moto ed è infinito, il tempo diviene solo astrazione umana, i nostri concetti sono di natura dualistica perché tutto esiste in relazione ad un altra cosa : concepiamo il vuoto perché conosciamo il pieno, attribuiamo valore al giorno perché opposto alla notte, tutti i fenomeni sono in opposizione ma reciproci. (teoria dello yin e yang) . Qualcuno si chiederà ma cosa centra questo con le arti marziali? I movimenti del Kyushindo sono di natura circolare e riflettono quelli dell’universo. Ritsu do I movimenti dell’universo e

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Tributo al Maestro Pierre Chassang

“Inganna Morte“: e’ cosi’ che ti aveva chiamato il medico di famiglia di quel piccolo villaggio del Cantal dove sei nato, perche’ lo avevi preoccupato piu’ di una volta nella tua infanzia. Aveva ragione, tu hai giocato con la morte da quando sei nato, nel 1919, ma non era scritto che vincesse nei tuoi anni di gioventu’. Lei ha avuto l’ultima parola solo molto piu’ tardi, a fine aprile 2013.  Pierre, senza dubbio, tu mi avresti detto che le storie che si raccontano sono senza importanza perche’ ci distraggono dall’essenziale, ma se scrivo queste poche parole sulla tua vita e’ perche’ coloro che ti han conosciuto, da vicino o da lontano, non abbiano come loro ultimo ricordo la freddezza e la tristezza di un annuncio funebre. Eravate migliaia nel campo militare. Aprendo le porte alle truppe tedesche all’inizio del giugno 1940, il colonnello ha salvato da una morte inutile tutte le sue giovani reclute. Tra queste migliaia tre hanno resistito, due per riunirsi alle loro famiglie, e tu che ti rendevi confusamente conto che non dovevi restare [che qualche cosa doveva essere fatto ,ndt.]. Non avevi alcun piano, il generale de Gaulle non aveva ancora lanciato il suo appello del 18 giugno e ti sei semplicemente lasciato guidare dal cuore. L’azione puo’ anche essere folle ma se e’ giusta il Cielo e la Terra si uniscono per dare all’uomo cio’ che gli serve. Il destino ha quindi preso le sembianze di una donna canadese che viaggiava nella sua auto verso Saint-Jean-de-Luz, nella speranza di imbarcarsi sulle navi che evacuavano l’esercito polacco verso l’Inghilterra. I polacchi ti hanno prestato un’uniforme, una famiglia, ed e’ con un aquila sul cappello, con una donna per mano, un bambino tra le braccia, che sei diventato un disertore, senza aprire bocca, tra due file di Guardie civili francesi, sulla stessa nave di Maurice Schumann.A 21 anni si e’ fiduciosi nella propria buona stella. Hai sperimentato i bombardamenti non nei ripari antibomba, ma sui tetti degli edifici di Londra. Lo spettacolo era grandioso, e tu hai sempre spiegato a chi ti voleva ascoltare che una bomba lanciata da cosi’ in alto aveva poche possibilita’ di raggiungere un cosi’ minuscolo obiettivo come te in quella immensa citta’. Una mattina, il proprietario di un pub, aveva appeso un cartello sulla spina della birra rimasta miracolosamente intatta in mezzo ad un tetto e alle pareti sventrate: “Aperto come al solito”. Combattivita’ britannica per la quale avevi rispetto e che era simile alla tua. Mi hai detto spesso, che cio’ che conta e’ “tenere duro”. “Tenere”, non e’ facile: dopo la firma dell’armistizio, la maggior parte dei Francesi che erano andati in Inghilterra torno’ in Francia,”dal momento che la situazione si era normalizzata”. A Giardini Carlton, la sede delle Forze francesi libere, hai fatto del tuo meglio per trattenerli: “la Francia e’ sempre occupata”!, ma alla fine sei restato solo con una manciata di compagni con il generale de Gaulle. Poi e’ arrivato il tuo arruolamento nella prima divisione francese libera, la Tunisia, la lunga guerra in Nord Africa, di fronte c’era Rommel, l’Afrika Korps, il deserto, avversari reali. Il governo di Vichy aveva condannato a morte, per tradimento, tutti i compagni delle Forze francesi libere ed allora, nel 1943 con il Corpo di Spedizione Francese, sei sbarcato a Napoli cantando “Maresciallo, eccoci” con lo spirito di quella gioventu’ insolente che aveva accettato di morire. Sulla jeep che guidavi durante la battaglia del Garigliano, hai sbagliato strada e sei entrato a Roma abbandonata dai Tedeschi, e questo fa di te il primo soldato alleato ad essere entrato nella citta’ Eterna e ad averla liberata poco prima dell’arrivo del Generale Juin. Mi hai raccontato questo aneddoto ridendo come se fosse una cosa banale, un giorno in cui l’Aikido ci aveva condotto in Lazio, come se il ritorno in un luogo del passato avesse riportato a galla ricordi sommersi. Il passato impedisce a certuni di vivere il presente ma tu non facevi parte di loro; tu dicevi semplicemente di vivere nel tempo [di vivere qui e ora, nella versione inglese, ndt.]. E’ per questo che sei restato giovane fino alla fine. Lo sbarco in Provenza ti ha portato a Cannes, al suo stile di vita rilassato che ti ha sedotto prima di attraversare la Francia sino a Franche-Compte’ per liberare Belfort. Che viaggio, Pierre, in un tempo in cui il coraggio e l’impegno sono mancati a tanti uomini! E posso attestare tutta la moderazione e la modestia con cui tu hai evocato quei momenti. Non hai mai provato a fare il vanaglorioso. Tutto cio’ che hai fatto ti sembrava cosi’ naturale che non ti e’ nemmeno passata per la testa l’idea di rivendicare l’indennita’ di guerra che ti spettava per le lesioni ricevute. Era solo lo stato del mondo … ed eri tu, non c’era piu’ nulla da dire. Dopo cinque anni di prove e sofferenza, siete stati smobilitati con una liquidazione di 30 franchi, la tua Colt 45 e i ringraziamenti della Nazione. Il dopoguerra fu Parigi e la sua magia. Una vita tra gli artisti e tutto cio’ che poteva permettere di far dimenticare la crudele ed inutile stupidita’ degli uomini. Bagni di champagne, o se si vuole, il riposo del guerriero. Ricordo di come eri solito parlare di Piaf, e quale fu il tuo dispiacere quando hai appreso della morte di Montand. Sei restato lontano dalla guerra in Algeria. A Lione, alla fine del 1944, la Divisione ha separato i soldati bianchi dai neri per andare al Nord, ma tu sapevi bene che e’ stato proprio davanti alle mitragliatrici Marocchine, Tunisine e Senegalesi che le truppe d’elite della Wehrmacht si sono ritirate da Monte Cassino e da tutta l’Italia. Questi uomini, tuoi fratelli d’armi, alcuni dei quali sono morti tra le tue braccia, e che ti hanno forse salvato la vita, in nome di cosa saresti andato ad ucciderli nel loro paese d’origine? E’ alla fine di questo periodo parigino che ti ha toccato l’Aikido. Poteva trovare terreno piu’

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la nascita degli “amicidellaikido”

L’associazione “Amici dell’Aikido” offre a tutti, indipendentemente dall’eta’, la possibilita’ di avvicinarsi ad una pratica marziale denominata Aikido. La pratica di questa disciplina permette di studiare una cultura diversa  dalla nostra, dove per “nostra” intendiamo la cultura greco-latina. L’Aikido infatti e’ una recente “Via” Marziale giapponese sviluppata da Morihei Ueshiba nella meta’ del 1900 il cui nome e’ costituito da tre pittogrammi che non erano mai stati uniti per essere utilizzati insieme prima di allora: Ai unione-unire, Ki soffio-energia, Do via-cammino-metodo. Non diamo una definizione (atto caratteristico dell’occidente), in quanto definire secondo il pensiero cinese e giapponese significa limitare mentre preferiamo lasciare aperto al lettore ogni possibile, lasciar circolare, far passare l’intelligibile e farlo decantare per riassaporarlo nuovamente. Consideriamo quindi l’Aikido come un ponte che collega Giappone e Italia e che attraverso il suo approccio permette di affrontare e mettere in movimento non solo il nostro corpo ma anche il nostro pensiero. La sfida iniziale, in quanto disciplina marziale, sembra quella di imparare come far si che una persona debole vinca (o meglio gestisca) una o piu’ persone forti. La sfida successiva sembra quella di imparare a vivere a proposito (felice espressione di Montaigne). Diciamo “sembra”, in quanto sebbene l’Aikido sia sbarcato in Europa negli anni Cinquanta, non siamo ancora certi di quali risorse metta a disposizione, non solo per le diverse interpretazioni che i singoli insegnanti danno, ma, soprattutto, per il pregiudizio etnocentrico che ci attanaglia. Per superare questa empasse, troviamo interessante il “cantiere” aperto dal filosofo e sinologo Francois Jullien che usa lo “scarto”  fra pensiero cinese e occidentale come strategia per pensare (far emergere) l’impensato del nostro pensiero. L’Aikido, in quanto disciplina fisica e marziale, offre proprio per queste sue peculiarita’, inesauribili opportunita’ per sperimentare l’efficienza di un approccio strategico e, anzi, permette di cominciare a praticare e studiare proprio la strategia, mettendo in parallelo, ad esempio, l’arte della guerra vista dall’Occidente e quella vista dal Giappone o dalla Cina. Permette di offrire spunti per studiare le coerenza di un approccio alle relazioni, indiretto piuttosto che diretto. Gli utensili che l’Aikido offre per stimolare sia il corpo sia il pensiero, sono gli esercizi fisici a corpo libero, gli esercizi con armi ( bastone, coltello, spada) praticati individualmente o a coppie o in gruppi, in palestra o all’aperto e i messaggi del fondatore e dei suoi allievi. Prima ancora di parlare di esercizi ci sembra utile parlare di “basi/fondamenta” ossia quegli elementi, in parte comuni a tutte le discipline marziali, in parte specifici dell’Aikido che, una volta padroneggiati, permettono lo sviluppo delle 10.000 forme (10.000 in Giappone e Cina indica infinito) e, al di fuori della palestra (in realta’ il termine adeguato e’ Dojo, che ha un significato molto piu’ ampio di quello evocato da “palestra”), un approccio strategicamente disponibile alle relazioni, una particolare efficienza del vivere quotidiano. Fra le varie attivita’ che l”associazione “AmicidellAikido” ha condotto sul territorio, ricordiamo la pluriennale collaborazione con l’Istituto Tecnico G. Oberdan, i numerosi raduni internazionali, i seminari sulla gestione dei rapporti di forza, sul bullismo, sulla violenza, sulla strategia e l’avviamento dei propri corsi non solo a Treviglio ma anche a Caravaggio, Pontirolo Nuovo, Saronno, Imperia. Nel 2016 inaugureremo anche il nuovo corso dedicato a bambini e ragazzi . Non volendo indurre all’esotismo, non abbiamo l’abitudine di usare parole giapponesi durante i corsi; tuttavia per motivi di marketing faremo uno strappo alle nostre abitudini specificando quali sono le “basi-fondamenta” secondo N.Tamura Sensei: shisei, kokyu, kamae, ma ai, irimi, tenkan, ura-omote, tai sabaki, atemi, kokyu ryoku. Ecco invece i metodi di allenamento : hitori-geiko, ippan-geiko, futsu-geiko, uchikomi-geiko, hikitate-geiko, gokaku-geiko, kakari-geiko, jyu-geiko, mitori-geiko, yagai-geiko (cfr. N.Tamura, Aikido-Etiquettes et Trasmission). Tra i vari messaggi lasciati dal fondatore dell’Aikido abbiamo scelto il seguente per invitarvi ad unirvi a noi: “Non si tratta di correggere gli uomini, ma di correggere il proprio cuore, questo e’ l’Aikido” . Origine: quel fondo indifferenziato tra il c’e’ e il non c’e’ da cui sgorgano le 10.000 tecniche (parlando di arti marziali). Allenarsi nella strategia della disponibilita’ guida e conduce quindi all’armonia intesa come regolazione spontanea delle trasformazioni che avvengono durante l’allenamento. Analoghe considerazioni (con le dovute cautele) si potranno applicare alla vita di tutti i giorni. “Amicidellaikido”

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L’Aikido come arte interna (relazione con lo Yoga)

L’Aikido e’ un’arte marziale, ma si differenzia da molte altre simili discipline per gli aspetti che propugna. Molte arti marziali concentrano maggiormente i loro studi sullo sviluppo fisico, arrivando addirittura ad indurire parti del corpo per meglio parare i colpi o apportare maggiori danni all’avversario. In queste discipline, quindi, si prevede uno scontro di forze antagoniste, e secondo i fondatore dell’Aikido cio’ e’ fonte di infiniti contrasti. Queste discipline vengono chiamate “esterne”. L’Aikido invece viene definito arte interna. Ma perche’ questa definizione? Se prestiamo attenzione a questi nostri “tempi moderni” possiamo notare una cosa importante,dei tre elementi che costituiscono l’Uomo, ovvero la mente, il corpo e lo spirito, si tende a dare maggiore ad uno solo dei tre. Chi pensa sia meglio esaltare la mente, chi il corpo, chi lo spirito, ma in questo modo si vengono a creare delle profonde discrepanze nell’animo umano, che portano al caos, sia interno che esterno. In questo modo perdiamo coscienza di cio’ che siamo realmente in grado di fare. A livello fisico pensiamo che una persona piu’ e’ robusta e muscolosa piu’ e’ forte; livello spirituale siamo sempre meno tolleranti verso tutto cio’ che non corrisponde la nostro modello di giusto-sbagliato,senza provare a metterci nei panni dell’altro per vedere cosa noi avremmo fatto; a livello mentale viviamo secondo modelli prestabiliti dalla societa’: magro = bello, grasso = brutto, muscoloso = forte, gracile = debole e cosi’ via. Anche nelle aggressioni rispondiamo a schemi prestabiliti: il gruppo e’ piu’ forte del singolo; un uomo armato e’ piu’ pericoloso di uno disarmato; le donne sono facili prede perche’ non reagiscono. Parlando con gli amici diciamo sempre :”io saprei cosa fare in quel caso” ma quando questo accade il nostro cervello si rifiuta di voler ammettere la situazione di pericolo e si spegne, lasciandoci in balia degli eventi. Pensiamo:”non puo’ succedere a me, non e’ possibile” e restiamo inermi, quando dovremmo contrariamente dire:”e’ fatta! Sta succedendo davvero a me!, posso dimostrare quello che sono e so!” E’ qui che l’Aikido mostra tutto il suo essere: arte marziale perchè con gli allenamenti ci mette in condizione di affrontare situazioni pressanti o di pericolo. Questo perchè gli allenamenti all’interno del dojo devono essere svolti con il giusto atteggiamento mentale: ogni attacco è una reale situazione di pericolo. Soprattutto con gli esercizi di kakari geiko, si impara a gestire situazioni stressanti, e non solo impariamo a difenderci, ma grazie alle molteplici forme/tecniche da cui l’aikido è caratterizzato, si ha la possibilità di spezzare gli schemi mentali che abbiamo acquisito. L’aikido insegna che non esiste una sola risposta ad un attacco, ma una infinita gamma di tecniche, tutte adatte alla situazione. Portando questo atteggiamento mentale nella vita quotidiana, possiamo capire come non esista una sola soluzione per ogni problema, ma basta saper guardare in più direzioni e scopriamo che esistono più alternative. Anche nelle relazioni con le persone intorno a noi, estranei o conoscenti, le cose non cambiano: nel dojo impariamo cosa può realmente minacciare la nostra vita e cosa no, quindi impariamo che molti atteggiamenti che ci irritano sono solo illusioni mentali sono idee errate, qualche cosa che non corrisponde ai nostri pensieri. Ma come spezzare questi schemi mentali? E poi se l’aikido è un’arte marziale, perchè definirla interna? Come diceva Ueshiba “l’aikido è un’arte marziale spirituale, considera le cose ad un livello più alto.” Detta così sembra un’ arte che possono praticare solo i mistici, ma non è vero. Anzi, è proprio il contrario. Come abbiamo già visto prima, molti considerano la mente più del corpo, perdendo contatto con esso; altri il corpo più dello spirito. L’aikido ci costringere a riprendere coscienza di tutti e tre. Ecco perchè viene definita arte interna; prima di tutto ci costringe a vederci per ciò che siamo, a riconoscere i nostri pregi ed nostri difetti. Già da qui si inizia rompere qualche scema mentale. L’uomo da sempre tende alla perfezione, la ricerca in ogni cosa, ma prima di tutto si deve ricercarla dentro di noi. Per praticare realmente quest’arte è d’obbligo sentire il nostro corpo in ogni suo attimo, Essere consapevoli di ogni movimento volontario o involontario, dal salire le scale agli allenamenti nel dojo, dal battito cardiaco alla respirazione. La mente ci insegna non lasciarci sopraffare dagli eventi ed infine a riuscire ad unificare il corpo – mente attraverso uno studio ed una pratica costanti. Prendendo progressivamente coscienza del proprio corpo, si impara anche a vedersi non solo attraverso il riflesso dello specchio, ma ad avere una visione dei movimenti come se si fosse al di fuori del corpo. Per esempio: stiamo provando una forma base di shihonage. Ci rendiamo subito conto che la tecnica ci riesce meglio dalla parte sinistra. A questo punto, se siamo realmente coscienti del nostro corpo, siamo in grado di percepire quali sono i movimenti che compiamo dalla parte sinistra come vedendoci da fuori, capire dove sbagliamo dalla parte destra. Così comprendiamo se stiamo creando poco squilibrio, se, passando sotto il braccio, teniamo le mani troppo in alto creando un’opportunità per l’uke di contrattaccare, e così via. Impariamo anche a capire i nostri difetti posturali, ad es. se siamo gobbi, se abbiamo il peso del centrato. Scoprendo quali sono i nostri difetti nella postura possiamo anche correggerli, riusciamo a capire se è mancanza di tonicità muscolare, o, al contrario se i muscoli devono essere sciolti. E in questa occasione troviamo un aiuto nello yoga. Ueshiba stesso aveva evidenziato come le due discipline fossero simili e complementari. Quando acquistiamo una discreta conoscenza del nostro corpo, diventiamo anche consapevoli del fatto che dentro di noi scorre una potente energia: in Giappone la chiamano ki, in Cina chi, in occidente magnetismo Proprio questa energia è la base dell’aikido, ma prima di imparare a dominarla, dobbiamo capire dove risiede, è un punto preciso del nostro corpo, circa tre cm.sotto l’ombelico e tre dita in profondità: il Seika Tanden. E’ il nostro centro, il punto di raccolta del ki e da dove si propaga nel corpo. L aikido ci consente

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Il Guerriero ed i fiori di ciliegio

Il ciliegio venne adottato dai Samurai quale emblema di appartenenza alla propria classe. Nell’iconografia classica del guerriero, il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducita’ della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il Samurai vedeva riflessa la grandiosita’ della propria figura avvolta nell’armatura, ma e’ sufficiente un improvviso temporale perche’ tutti i fiori cadano a terra, proprio come il Samurai puo’ cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come l’unica maniera onorevole di andarsene, riflette’ nel fiore di ciliegio questa filosofia. Un antico verso ancora oggi ricordato e’ “hana wa sakuragi, hito wa bushi“, che tradotto significa “tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero“. Coincidendo con l’equinozio di primavera, la fioritura del ciliegio rappresenta la rinascita, il rinnovamento, la forza vitale insita in tutte le cose di questo mondo. Un simbolo di vita, dunque, ma anche del suo naturale ‘opposto’: il fiore di ciliegio, appena raggiunge il massimo del suo splendore, si stacca e muore, viene portato via dal vento e con esso si disperde. La vista di un ciliegio in fiore e’ davvero emozionante: fa emergere prepotentemente nel nostro animo sentimenti apparentemente contraddittori, di gioia ma anche di sgomento, di smarrimento. Il fiore di ciliegio e’ testimone del fatto che la vita e’ un dono meraviglioso, ma anche che dura poco. Si narra che il colore dei fiori del ciliegio in origine fosse candido ma che, a seguito dell’ordine di un imperatore di far seppellire i Samurai caduti in battaglia sotto gli alberi di ciliegio, i petali divennero rosa per aver succhiato il sangue di quei nobili guerrieri. Anche quelli che, tra i Samurai, secondo il loro codice d’onore, decidevano di suicidarsi, sembra fossero solito farlo proprio sotto gli alberi di ciliegio Le nostre paure pipu’ profonde, variamente camuffate, trovano origine in quella che forse e’ la piu’ grande di tutte le paure: la paura della morte. Tema ben noto ai guerrieri Samurai, educati alla concezione non dualistica di vita-morte. Il guerriero e’ consapevole che e’ solo di passaggio sulla terra, e che il suo vivere e’ magnifico quanto effimero, esattamente come un fiore di ciliegio.

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