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jugyuzu

Jugyuzu: alla ricerca del bue

Questo racconto ci offre una spiegazione fondamentale dell’arte di Ueshiba e dell’essenza dell’Aikido nel suo scopo finale: edificazione di un mondo pacifico e dei principi che devono indirizzare il praticante; diamo qualche chiarimento: Il testo segue lo sviluppo di una esperienza intima e personale che sfocia nell’obiettivo finale dell’Aikido. Ueshiba espone i princìpi per fondare la famiglia mondiale (SEKAI KAZOKU) che inizia dall’individuo con una lotta contro i propri istinti, ego, che evolverà nella capacità di ritrovare se stesso e da qui di agire in unità con il mondo. L’apertura di questo testo fantastico, inizia con l’apparizione di un fantasma bianco. Il termine giapponese YUTAI che traduciamo con “fantasma” designa il corpo etereo che nasce dalla esperienza di uno sdoppiamento astrale. Senza togliere nulla al carattere reale e personale dell’esperienza ,sottolineiamo che l’espressione fantasma bianco si ritrova nell’esperienza mistica di LU TSOU del VII° secolo. L’espressione designa l’anima che i taoisti chiamano PO, l’anima terrestre e mortale ,a confronto con l’anima HOUEN, che designa l’anima celeste e immortale ricevuta dal Grande Vuoto. L’esperienza del fondatore dell’Aikido fa dunque eco ad altre esperienze similari ancorate in una tradizione secolare. La posta del combattimento di Ueshiba contro il fantasma, è l’esperienza dell’anima celeste che il testo designa sotto l’espressione figura di luce (HIRAKI NO SUGATA) sull’anima corporale (HAKU). Questo racconto riprende uno dei temi maggiori dell’insegnamento del fondatore :la dialettica tra le due anime dell’essere umano tra HAKU e KON, avente per scopo l’egemonia dell’anima spirituale ( Takemusu Aiki vol. 2) Il confronto tra le due anime si manifesta a Ueshiba sotto forma di un confronto tangibile con il fantasma bianco. Il confronto è all’inizio ambiguo perché in faccia al fantasma bianco Ueshiba possiede un corpo. Il fantasma lo tocca con la spada al ventre (HARA) e al petto (MUNASAKI). Il confronto si fa tramite l’azione . E’ notevole che a questo stadio l’anima corporale domina il combattimento che si traduce per Ueshiba nella incapacità a rilasciare la sua attenzione nelle proprie mani’. Qui si trova uno dei temi principali che Ueshiba sviluppa per reindirizzare la propria pratica : quando l’anima corporale domina il soggetto ,questo non è presente a se stesso e segue necessariamente il corpo delle cose (MONO). Le cose sono ciò che cadono sotto i sensi o più esattamente ciò che è costituito dalle stesse. La dominanza dell’anima sensitiva (corporale) conduce così il soggetto ad essere sotto il dominio delle cose,e così ad essere espropriati di se stessi. Espropriazione del se’ che rende perfettamente l’espressione” in realtà un altro me stesso” .E’ questa divisione di essere se stessi lo iato intimo di cui il corpo e’ la causa e che bisogna superare per ritrovare l’unità interiore che permetterà finalmente l’unità con il mondo. Al secondo stadio dell’incontro,l’anima corporale perde la dominanza: e’ disarmata per una azione.”gli tolsi la spada con un colpo verso il basso”. Di seguito la dominanza si fa con un solo sguardo.”quando lo fissai con uno sguardo la spada scomparve”. Al secondo stadio dell’incontro l’anima corporea perde il dominio: è disarmata per una azione “io lo privai della sua spada con un colpo verso il basso”. E’ dunque per un movimento interiore che non impegna più il corpo che il soggetto prende il sopravvento nello scontro. Bisogna notare che è a partire da questa forma di dominio che si fa senza sforzo, senza movimento che il fantasma bianco ,l’anima corporale, e’ vinto. L’anima corporale è vinta per il superamento dell’agire ,l’ostacolo del corpo e’ superato: ”In questo momento , quando mi riguardai, vidi che non avevo più forma (SUGATA). Lo sguardo allora non passa più sotto il dominio delle cose esteriori ma può farsi interiore . Ueshiba può girarsi verso se stesso e contemplare il centro della sua intimità, vale a dire la sua anima spirituale che si manifesta sotto forma di una luce : “persisteva unicamente una una figura di luce (Hiraki no sugata) circondata da nuvole luminose”. A questo stadio di progressione verso l’intimo, il soggetto si identifica alla pura luce, ma senza essere ancora giunto ad un pura coincidenza con il sé. La figura di luce non gli sembra essere lui stesso che in modo secondario. Così la percepisce come un corpo: “io mi dissi che doveva essere semplicemente un corpo spirituale (REISHIN). La luce sembra essere allora semplicemente un ostacolo, la manifestazione di uno iato nel seno dell’intimo che bisogna ancora superare. A questo corpo sono associati altri elementi sottili che costituiscono il soggetto ed il suo ambiente, senza per altro che il soggetto si identifichi ad essi: “ l’ambiente era pieno di nuvole di luce” “la sensazione di tenere una spada di legno” “una respirazione (kokyu) “e una coscienza di se (JIBUN no ISHIKI)-coscienza di se’ che mostra bene la persistenza di una dualità, la non coincidenza del soggetto con se stesso. Bisogna ricordare che Ueshiba non si identifica con questa coscienza .La frase giapponese può tradursi testualmente così “aveva coscienza di se”. Ueshiba si stupisce di questa persistenza di una coscienza. “e pertanto aveva una coscienza di se”……Nello stesso tempo non dice esattamente “io avevo la sensazione di tenere una spada “ ma testualmente”c’era la sensazione di tenere una spada”. Queste forme grammaticali impersonali sono ricorrenti nel giapponese e non sono generalmente tradotte ,ma senza dubbio si può rilevare qui in modo particolarmente significativo perché Ueshiba , al terzo stadio della sua esperienza reintroduce il soggetto usando il termine (JIBUN). In effetti la progressione interiore verso ciò che costituisce il cuore dell’intimità continua ed un terzo stadio appare. Ma questo stadio, il più profondo dell’intimità si rivela essere ad uno stadio ove il soggetto non può più affermare il suo io “ non avevo più né spada nè me stesso, nè nuvole di luce, non c’è più il ki della luce bianca” Bisogna prendere atto di questo stadio paradossale : da un lato Ueshiba dice “non c’è più un me stesso (JIBUN)” e d’altra parte “ io provai come se il me stesso (JIBUN)” rimanesse nell’insieme dell’universo. E’ un non me

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provarci

Concediamoci la possibilità di provare

Fa qualcosa di sciocco come camminare scalzo nel parco o bagnare i piedi in una fontana. Prova qualcuna delle cose che “non sta bene fare”. Apriti a cose che non hai mai fatto perchè erano sciocche o banali. Ricorda che la paura di sbagliare è assai spesso paura di essere ridicolo o disapprovato. Se lasci che gli altri si tengano le loro opinioni, le quali nulla hanno a che fare con te, puoi cominciare a valutare il tuo comportamento secondo i tuoi, e non i loro, criteri di giudizio. Stimerai le tue capacità, non già migliori o peggiori, bensì semplicemente diverse da quelle degli altri. Tenta di fare cose che hai sempre evitato, dicendoti: “in questo sono bravo”. Potresti trascorrere un pomeriggio a dipingere un quadro, e divertirti un mondo. Se il risultato sarà men che magistrale, non avrai fallito: avrai passato una mezza giornata piacevole. Voglio usare questo paragrafo, tratto dal libro “Le Vostre Zone Erronee” di Wayne W. Dyer, come spunto per una personale riflessione: la paura di sbagliare sul tatami che si genera nel “principiante”. Quando si entra per la prima volta in un dojo, di solito la reazione è di folgorazione-entusiasmo: “sì, anch’io voglio essere bravo così!”. Si fanno le lezioni di prova e poi ci si iscrive ufficialmente. I primi tempi i principianti vengono guidati, istruiti nei movimenti base, nelle cadute e nelle varie tecniche da studiare o eseguire. Poi arriva il momento in cui il principiante viene seguito solo parzialmente, successivamente solo nelle situazioni (tecniche) più complesse, articolate. In questi ultimi tempi ciò che noto è una sorta di immobilizzazione da parte delle cinture più “giovani”, quando viene chiesto loro di essere autonome, intraprendenti. Noi cinture più “alte” non diamo per scontato che la tecnica sia stata completamente capìta subito, a volte non le comprendiamo subito neanche noi, ma abbiamo bisogno di capire, vedere cosa il nostro compagno più inesperto ha recepito (parte della tecnica o il suo insieme, cosa fare e come spostarsi, la caduta, ecc.). Molto spesso , quando viene chiesto di PROVARE a ripetere la tecnica, le cinture bianche restano immobili, come cervi abbagliati dai fari su una strada di notte. A questo punto mi chiedo : non avranno compreso nulla? avranno paura di sbagliare? come posso aiutarli se non so quanto o cosa hanno capito? E poi mi accorgo che ciò che li blocca di più è la paura di sbagliare. Ritengo che in situazioni come gli allenamenti in un’arte marziale sia più che giusto, se non doveroso, SBAGLIARE. Siamo talmente inquadrati nello stereotipo in cui sbagliare sia un fallimento che non ci diamo la possibilità di provare e lasciarci guidare da che ne sa più di noi, per poi farci correggere: DATEVI LA POSSIBILITA’ di provare, di sbagliare, di fare giusto subito, di dire “non ho capito nulla”. Spesso, terrorizzati da un possibile sbaglio, i principianti chiudono la loro mente agli aiuti che non siano verbali; ma nelle arti marziali si studia soprattutto COL CORPO: lasciate che il vostro compagno vi guidi fisicamente (!) alla realizzazione completa della tecnica, lasciate le parole per la fine della lezione. Molto spesso non ci sono parole corrette per aiutare a capire tecniche create dalla nostra cultura, ancora di più risulta difficile se le tecniche arrivano da una cultura come quella giapponese! Un famoso detto recita: “chi si ferma è perduto” e in questi casi/momenti è vero, anche se meno drastico. Non fatevi fermare dalla paura di non riuscire al primo colpo, lasciate che i colleghi più anziani vedano se e cosa avete capito, date loro la possibilità di aiutarvi. Francesca Manduca

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corpospada

Il corpo e la spada secondo Morihei Ueshiba

Questo racconto ci offre una spiegazione fondamentale dell’arte di Ueshiba e dell’essenza dell’Aikido nel suo scopo finale: edificazione di un mondo pacifico e dei principi che devono indirizzare il praticante. Diamo qualche chiarimento. Il testo segue lo sviluppo di una esperienza intima e personale che sfocia nell’obiettivo finale dell’Aikido. Ueshiba espone i principi per fondare la famiglia mondiale (SEKAI KAZOKU) che inizia dall’individuo con una lotta contro i propri istinti, ego, che evolverà nella capacità di ritrovare se stesso e da qui di agire in unità con il mondo. L’apertura di questo testo fantastico, inizia con l’apparizione di un fantasma bianco. Il termine giapponese (YUTAI) che traduciamo con fantasma designa il corpo etereo che nasce dalla esperienza di uno sdoppiamento astrale . Senza togliere nulla al carattere reale e personale dell’esperienza ,sottolineiamo che l’espressione fantasma bianco si ritrova nell’esperienza mistica di LU TSOU del VII° secolo. L’espressione designa l’anima che i taoisti chiamano PO, l’anima terrestre e mortale ,a confronto con l’anima HOUEN che designa l’anima celeste e immortale ricevuta dal Grande Vuoto. L’esperienza del fondatore dell’Aikido fa dunque eco ad altre esperienze similari ancorate in una tradizione secolare. La posta del combattimento di Ueshiba contro il fantasma, è l’esperienza dell’anima celeste che il testo designa sotto l’espressione figura di luce (HIRAKI NO SUGATA) sull’anima corporale (HAKU). Questo racconto riprende uno dei temi maggiori dell’insegnamento del fondatore :la dialettica tra le due anime dell’essere umano tra HAKU e KON, avente per scopo l’egemonia dell’anima spirituale ( Takemusu Aiki vol. 2) Il confronto tra le due anime si manifesta a Ueshiba sotto forma di un confronto tangibile con il fantasma bianco. Il confronto è all’inizio ambiguo perché in faccia al fantasma bianco Ueshiba possiede un corpo. Il fantasma lo tocca con la spada al ventre (HARA) e al petto (MUNASAKI). Il confronto si fa tramite l’azione . E’ notevole che a questo stadio l’anima corporale domina il combattimento che si traduce per Ueshiba nella incapacità a rilasciare la sua attenzione nelle proprie mani’. Qui si trova uno dei temi principali che Ueshiba sviluppa per reindirizzare la propria pratica : quando l’anima corporale domina il soggetto ,questo non è presente a se stesso e segue necessariamente il corpo delle cose (MONO). Le cose sono ciò che cadono sotto i sensi-o più esattamente ciò che è costituito dalle stesse. La dominanza dell’anima sensitiva (corporale) conduce così il soggetto ad essere sotto il dominio delle cose,e così ad essere espropriati di se stessi. Espropriazione del se’ che rende perfettamente l’espressione” in realtà un altro me stesso” .E’ questa divisione di essere se stessi lo iato intimo di cui il corpo e’ la causa e che bisogna superare per ritrovare l’unità interiore che permetterà finalmente l’unità con il mondo. Al secondo stadio dell’incontro,l’anima corporale perde la dominanza: e’ disarmata per una azione.”gli tolsi la spada con un colpo verso il basso”. Di seguito la dominanza si fa con un solo sguardo.”quando lo fissai con uno sguardo la spada scomparve” Al secondo stadio dell’incontro l’anima corporea perde il dominio: è disarmata per una azione “io lo privai della sua spada con un colpo verso il basso”. E’ dunque per un movimento interiore che non impegna più il corpo che il soggetto prende il sopravvento nello scontro. Bisogna notare che è a partire da questa forma di dominio che si fa senza sforzo, senza movimento che il fantasma bianco ,l’anima corporale, e’ vinto. L’anima corporale è vinta per il superamento dell’agire ,l’ostacolo del corpo e’ superato: ”In questo momento , quando mi riguardai, vidi che non avevo più forma (SUGATA). Lo sguardo allora non passa più sotto il dominio delle cose esteriori ma può farsi interiore . Ueshiba può girarsi verso se stesso e contemplare il centro della sua intimità, vale a dire la sua anima spirituale che si manifesta sotto forma di una luce : “persisteva unicamente una una figura di luce (Hiraki no sugata) circondata da nuvole luminose” A questo stadio di progressione verso l’intimo, il soggetto si identifica alla pura luce, ma senza essere ancora giunto ad un pura coincidenza con il sé. La figura di luce non gli sembra essere lui stesso che in modo secondario. Così la percepisce come un corpo: “io mi dissi che doveva essere semplicemente un corpo spirituale (REISHIN). La luce sembra essere allora semplicemente un ostacolo, la manifestazione di uno iato nel seno dell’intimo che bisogna ancora superare. A questo corpo sono associati altri elementi sottili che costituiscono il soggetto ed il suo ambiente, senza per altro che il soggetto si identifichi ad essi: “ l’ambiente era pieno di nuvole di luce” “la sensazione di tenere una spada di legno” “una respirazione (kokyu) “e una coscienza di se (JIBUN no ISHIKI)-coscienza di se’ che mostra bene la persistenza di una dualità, la non coincidenza del soggetto con se stesso. Bisogna ricordare che Ueshiba non si identifica con questa coscienza .La frase giapponese può tradursi testualmente così “aveva coscienza di se”. Ueshiba si stupisce di questa persistenza di una coscienza. “e pertanto aveva una coscienza di se”……Nello stesso tempo non dice esattamente “io avevo la sensazione di tenere una spada “ ma testualmente”c’era la sensazione di tenere una spada”. Queste forme grammaticali impersonali sono ricorrenti nel giapponese e non sono generalmente tradotte ,ma senza dubbio si può rilevare qui in modo particolarmente significativo perché Ueshiba , al terzo stadio della sua esperienza reintroduce il soggetto usando il termine (JIBUN). In effetti la progressione interiore verso ciò che costituisce il cuore dell’intimità continua ed un terzo stadio appare. Ma questo stadio, il più profondo dell’intimità si rivela essere ad uno stadio ove il soggetto non può più affermare il suo io “ non avevo più né spada nè me stesso, nè nuvole di luce, non c’è più il ki della luce bianca” Bisogna prendere atto di questo stadio paradossale : da un lato Ueshiba dice “non c’è più un me stesso (JIBUN)” e d’altra parte “ io provai come se il me stesso (JIBUN)” rimanesse nell’insieme dell’universo. E’ un

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Kenshiro Abbe e il Kyushindo

Ricordo del maestro Kenshiro Abbe e della sua creazione: il Kyushindo Vi lascio queste note perché hanno un profondo legame con la pratica dell’Aikido svolta nel nostro dojo. Anche se è intitolato al maestro Tadashi Abe, è con il primo che ho avuto più profondi contatti ,e che mi ha spinto ad approfondire il mondo del budo. Mi auguro che anche per voi sarà così. Dire che sia stato un uomo straordinario è poco vi cito solo alcuni dati . Nasce nel 1915 ,figlio di un maestro di kendo che a 4 anni lo inizia all’arte, purtroppo muore in un incidente, ed anche se gli allievi volevano continuare ad istruirlo, con l’inizio della scuola deve cessare, ma inizia a praticare il sumo e diviene campione scolastico della provincia. Quando ha 14 anni il judo viene introdotto nelle scuole e lui vi si butta a corpo morto: un dan dopo l’altro ogni anno, dopo tre anni è campione della provincia su trenta scuole, viene promosso terzo dan, il più giovane del Giappone. Viene richiesto di entrare nel Busen del Butokukai, il Centro del Giappone dove venivano formati i maestri del Budo ( quell’anno solo 20 su 300). La famiglia si trasferisce a Kyoto e riprende il kendo con maestro decimo dan; Nel judo continua con i successi, al sabato si tenevano incontri ad eliminazione diretta di 5 minuti contro 5 avversari e vince sempre, al secondo anno è promosso 5°dan e nessuno sino ad oggi ha raggiunto tale grado a quella età. Nel 1938 ci fu l’incontro alla presenza dell’imperatore con il famoso Kimura capofila del Kodokan e delle guardie imperiali ed altri tre big, ma tutti sono sconfitti con grande umiliazione per il Kodokan (in effetti c’era una grande rivalità tra i due organismi). Kimura disse “ mi sembrava di combattere con un ombra”. Con il tempo i dan aumentano:1945 è 7°dan di judo 6° di kendo. Sono gli anni della guerra e tutto salta, però inizia lo studio del Jukendo ,un’arte militare di cui anche O Sensei era maestro, e naturalmente diventa il Campione anche in questa arte. In questo periodo c’è l’incontro fondamentale con Ueshiba di cui diviene allievo particolare per 10 anni. Dai suoi insegnamenti nascono i primi fondamenti del Kyushindo. Nel 1950, visto il decadere del judo ,,lascia il Kodokan e nel 1955 parte per l’avventura inglese, che lo porterà ad essere il diffusore in Europa del budo. Con una grandiosa manifestazione alla Royal Albert Hall di Londra offre dimostrazione di judo, kendo, aikido, jukendo, yari karate, naginata l’Europa conosce le arti marziali giapponesi . Il seguente anno riceve da O Sensei l’autorizzazione a divulgare l’aikido. Purtroppo gli allievi erano più interessati a diventare forti piuttosto che approfondire i temi filosofici portati dal Kyushindo.( se siete interessati ve ne darò alcuni dettagli in una successiva riflessione) Di fatto, dopo qualche anno ,prima di disfare l’organismo che aveva fondato,visto che non lo tenevano in considerazione, in una delle ultime lezioni tenute presso la London Judo Sociaity chiese alle cinture nere presenti, una trentina, con quale tecnica volessero essere vinte se a destra o a sinistra, cosa che puntualmente avvenne. Inizia a viaggiare in Europa giungendo anche ad Imperia più volte. Nel 1960 un grave incidente mina la sua salute e non si riprende più. Torna in Giappone da Ueshiba e lo convince a mandare un forte allievo per sviluppare l’aikido, il prescelto sarà Chiba sensei (ho praticato con lui per tre stage e penso che voi tenerini non avreste resistito una sola ora), duro come Tadashi Abe. Torna in Inghilterra ,ma le cose sono ancora peggiorate, molti presuntuosi si attribuirono il titolo di suoi successori fondando scuole di Judo Kyushindo, Karate Kyushindo Aikdo kyushindo eccetera così riparte per il Giappone ove muore nel 1985. Alla sua morte gli fu attribuito il 10°dan con il titolo di fondatore di una nuova arte marziale. Ho il rimpianto di non aver potuto approfondire la sua conoscenza, ma le sue teorie mi sono lentamente tornate alla mente approfondendo l’Aikido perché sono fuse in un identico aspirazione :quella che attraverso la pratica del Budo si possa aiutare l’uomo ad essere migliore.

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Kyushindo Kihon

IL KYUSHINDO Queste riflessioni nascono dall’esigenza di farvi partecipi del pensiero di uno dei grandi maestri che ho incontrato nel mio cammino nel mondo del Budo. In questo percorso le sue idee sono penetrate in me come parte integrante di ciò che vorrei voi comprendeste nel vostro percorso .Il mio cammino è stato lungo e difficile, il legame Judo/Aikido si è formato ripensando alle spiegazioni di Kenshiro Abbe che non eravamo in grado di capire, ma che poi hanno trovato la via per penetrare la mia superficiale concezione di cosa sia il Budo. Oggi non penso ci sia qualcuno in grado di approfondire i concetti che vi esporrò , e quindi dovrete fare degli sforzi ,ma voi siete avvantaggiati perché praticate Aikido che è una versione ancora più raffinata di questi pensieri. La traduzione dei kanji di cui si compone il termine ci permette di avere una idea di cosa si tratti, ma come al solito questi possono essere letti ed interpretati in modi diversi portando spesso l’occidentale ad avere idee errate sul loro significato. Ritengo di essere corretto identificando KYU con ricerca della verità, studio, ricerca della perfezione SHIN con perfezione, mente, spirito, centro che qualifica le cose DO con via, cammino per Molti lo considerano una nuova filosofia, in effetti il maestro K. Abbe è menzionato tra i filosofi giapponesi, ma io penso che si tratti di un diverso metodo educativo perché non è basato su speculazioni mentali ma è molto pratico ed investe la quotidianità. I concetti che caratterizzano il Kyushindo si sono sviluppati in lui gradualmente dagli anni della gioventù, sino alla illuminazione, quando gli studi fatti e le esperienze di vita, hanno trovato il loro centro e si sono fusi, dando inizio al sogno che lo accompagnerà per tutta la vita. La molla che ha fatto scattare in lui l’esigenza di un rinnovamento nel pensiero dei giapponesi e degli altri esseri umani è certamente nata dalla considerazione che le tradizioni e gli stili di vita, a seguito della sconfitta, erano radicalmente mutati, dispersi in un filosofia che mirava al soddisfacimento di benefici immediati, eliminazione dello spirito di sacrificio, perdita di tutti quei valori spirituali tratti dalla tradizione samuraica. I fondamenti etici del Kyushindo vanno ricercati in antichi testi filosofici e religiosi giapponesi, nello studio del pensiero buddista del filosofo Nichiren, nello stretto legame intellettuale con il fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba, nella ricerca del significato del Sutra del Loto, persino nei filosofi presocratici, e nei principi della severa educazione di tipo samuraica ricevuta vivendo nel Busen del Butokukai. In effetti il termine esatto per definire la sua opera è Kyushindo Budo: metodo educativo incentrato sulle arti marziali. Dato che il maestro K. Abbe fu probabilmente il più forte combattente di judo nel periodo pre seconda guerra mondiale, moltissimi praticanti che ebbero contatti con il suo insegnamento, cercarono soprattutto di carpirne i segreti tecnici per trasferirli in una qualunque arte marziale.Purtroppo non fu così, anche se oggi ci sono Organizzazioni che affermano di praticare le varie discipline con il suffisso Kyushindo. Ma il maestro non ha rilasciato a nessuno questa autorizzazione. In effetti tutti i suoi allievi non sono stati in grado di entrare oltre una superficiale conoscenza del bagaglio tecnico del maestro. Anche noi imperiesi, che lo frequentammo abbastanza a lungo essendo allevi del maestro Botton , discepolo dal momento del suo arrivo in Europa, poco capimmo di cosa volesse comunicarci: la frammentarietà degli incontri, le difficoltà linguistiche (non parlo bene inglese,ma la mia shinai conosce tutte le lingue ) era la frase che accompagnava il suo insegnamento, non era certo il metodo più facile per penetrare un pensiero filosofico.Forse Cesare Barioli, tra gli italiani, un forte judoka milanese che lo tenne con sè qualche mese a Milano riuscì a penetrare il senso del suo Kyushindo judo. In quel tempo anche noi ,come tutti, cercavamo il mezzo e la tecnica più congeniale per vincere,ma non capivamo anche perché non vedevamo una logica sequenza su ciò che ci insegnava. Fui orgoglioso quando mi volle scrivere Kyushindo sul dorso dell’hakama e la osservavo come un dono particolare di un grandissimo maestro, ma francamente il significato di cosa fosse e cosa comportasse viverlo mi fu chiaro solo dopo molti anni di ricerche. Con il passare del tempo e con l’approfondimento dell’Aikido, mi sono ritrovato a riconsiderare cose udite dal maestro Abbe e a mia volta a riproporle agli allievi come fossero miei pensieri, ma erano invece frasi nascoste nell’inconscio che avevano trovato il terreno adatto per chiarirsi . KIHON I fondamenti Il Kyushindo è fondato sullo studio delle leggi fisiche quali manifestazioni di principi che regolano l’universo e attraverso lo studio possiamo inserirli nel nostro spirito. Benché le nostre conoscenze di queste leggi sono troppo limitate,a causa dei nostri limiti, possiamo dire di conoscere solo l’apparenza delle cose ; i l Kyushindo tende ad oltrepassare la non realtà andando a ricercare il cuore dei fenomeni attraverso lo studio di tre principi fondamentali. Sono tre i cardini su cui poggia tutto il Kyushindo: Bambutsu ruten: tutto si muove Ritsudo: i movimenti sono ritmici Chowa: tutto tende all’armonia Il primo è strettamente legato al pensiero presocratico di Eraclito, anzi è la traduzione dell’aforisma Panta Rei che afferma l’unità degli opposti e che tutte le entità si muovono incessantemente: (tutto cambia, non si può fare un passo nella stessa acqua di un fiume). Ora se tutto si muove in un moto perpetuo, ne deriva che non ci può essere nulla di fisso.Se l’universo è in perenne moto ed è infinito, il tempo diviene solo astrazione umana, i nostri concetti sono di natura dualistica perché tutto esiste in relazione ad un altra cosa : concepiamo il vuoto perché conosciamo il pieno, attribuiamo valore al giorno perché opposto alla notte, tutti i fenomeni sono in opposizione ma reciproci. (teoria dello yin e yang) . Qualcuno si chiederà ma cosa centra questo con le arti marziali? I movimenti del Kyushindo sono di natura circolare e riflettono quelli dell’universo. Ritsu do I movimenti dell’universo e

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Tributo al Maestro Pierre Chassang

“Inganna Morte“: e’ cosi’ che ti aveva chiamato il medico di famiglia di quel piccolo villaggio del Cantal dove sei nato, perche’ lo avevi preoccupato piu’ di una volta nella tua infanzia. Aveva ragione, tu hai giocato con la morte da quando sei nato, nel 1919, ma non era scritto che vincesse nei tuoi anni di gioventu’. Lei ha avuto l’ultima parola solo molto piu’ tardi, a fine aprile 2013.  Pierre, senza dubbio, tu mi avresti detto che le storie che si raccontano sono senza importanza perche’ ci distraggono dall’essenziale, ma se scrivo queste poche parole sulla tua vita e’ perche’ coloro che ti han conosciuto, da vicino o da lontano, non abbiano come loro ultimo ricordo la freddezza e la tristezza di un annuncio funebre. Eravate migliaia nel campo militare. Aprendo le porte alle truppe tedesche all’inizio del giugno 1940, il colonnello ha salvato da una morte inutile tutte le sue giovani reclute. Tra queste migliaia tre hanno resistito, due per riunirsi alle loro famiglie, e tu che ti rendevi confusamente conto che non dovevi restare [che qualche cosa doveva essere fatto ,ndt.]. Non avevi alcun piano, il generale de Gaulle non aveva ancora lanciato il suo appello del 18 giugno e ti sei semplicemente lasciato guidare dal cuore. L’azione puo’ anche essere folle ma se e’ giusta il Cielo e la Terra si uniscono per dare all’uomo cio’ che gli serve. Il destino ha quindi preso le sembianze di una donna canadese che viaggiava nella sua auto verso Saint-Jean-de-Luz, nella speranza di imbarcarsi sulle navi che evacuavano l’esercito polacco verso l’Inghilterra. I polacchi ti hanno prestato un’uniforme, una famiglia, ed e’ con un aquila sul cappello, con una donna per mano, un bambino tra le braccia, che sei diventato un disertore, senza aprire bocca, tra due file di Guardie civili francesi, sulla stessa nave di Maurice Schumann.A 21 anni si e’ fiduciosi nella propria buona stella. Hai sperimentato i bombardamenti non nei ripari antibomba, ma sui tetti degli edifici di Londra. Lo spettacolo era grandioso, e tu hai sempre spiegato a chi ti voleva ascoltare che una bomba lanciata da cosi’ in alto aveva poche possibilita’ di raggiungere un cosi’ minuscolo obiettivo come te in quella immensa citta’. Una mattina, il proprietario di un pub, aveva appeso un cartello sulla spina della birra rimasta miracolosamente intatta in mezzo ad un tetto e alle pareti sventrate: “Aperto come al solito”. Combattivita’ britannica per la quale avevi rispetto e che era simile alla tua. Mi hai detto spesso, che cio’ che conta e’ “tenere duro”. “Tenere”, non e’ facile: dopo la firma dell’armistizio, la maggior parte dei Francesi che erano andati in Inghilterra torno’ in Francia,”dal momento che la situazione si era normalizzata”. A Giardini Carlton, la sede delle Forze francesi libere, hai fatto del tuo meglio per trattenerli: “la Francia e’ sempre occupata”!, ma alla fine sei restato solo con una manciata di compagni con il generale de Gaulle. Poi e’ arrivato il tuo arruolamento nella prima divisione francese libera, la Tunisia, la lunga guerra in Nord Africa, di fronte c’era Rommel, l’Afrika Korps, il deserto, avversari reali. Il governo di Vichy aveva condannato a morte, per tradimento, tutti i compagni delle Forze francesi libere ed allora, nel 1943 con il Corpo di Spedizione Francese, sei sbarcato a Napoli cantando “Maresciallo, eccoci” con lo spirito di quella gioventu’ insolente che aveva accettato di morire. Sulla jeep che guidavi durante la battaglia del Garigliano, hai sbagliato strada e sei entrato a Roma abbandonata dai Tedeschi, e questo fa di te il primo soldato alleato ad essere entrato nella citta’ Eterna e ad averla liberata poco prima dell’arrivo del Generale Juin. Mi hai raccontato questo aneddoto ridendo come se fosse una cosa banale, un giorno in cui l’Aikido ci aveva condotto in Lazio, come se il ritorno in un luogo del passato avesse riportato a galla ricordi sommersi. Il passato impedisce a certuni di vivere il presente ma tu non facevi parte di loro; tu dicevi semplicemente di vivere nel tempo [di vivere qui e ora, nella versione inglese, ndt.]. E’ per questo che sei restato giovane fino alla fine. Lo sbarco in Provenza ti ha portato a Cannes, al suo stile di vita rilassato che ti ha sedotto prima di attraversare la Francia sino a Franche-Compte’ per liberare Belfort. Che viaggio, Pierre, in un tempo in cui il coraggio e l’impegno sono mancati a tanti uomini! E posso attestare tutta la moderazione e la modestia con cui tu hai evocato quei momenti. Non hai mai provato a fare il vanaglorioso. Tutto cio’ che hai fatto ti sembrava cosi’ naturale che non ti e’ nemmeno passata per la testa l’idea di rivendicare l’indennita’ di guerra che ti spettava per le lesioni ricevute. Era solo lo stato del mondo … ed eri tu, non c’era piu’ nulla da dire. Dopo cinque anni di prove e sofferenza, siete stati smobilitati con una liquidazione di 30 franchi, la tua Colt 45 e i ringraziamenti della Nazione. Il dopoguerra fu Parigi e la sua magia. Una vita tra gli artisti e tutto cio’ che poteva permettere di far dimenticare la crudele ed inutile stupidita’ degli uomini. Bagni di champagne, o se si vuole, il riposo del guerriero. Ricordo di come eri solito parlare di Piaf, e quale fu il tuo dispiacere quando hai appreso della morte di Montand. Sei restato lontano dalla guerra in Algeria. A Lione, alla fine del 1944, la Divisione ha separato i soldati bianchi dai neri per andare al Nord, ma tu sapevi bene che e’ stato proprio davanti alle mitragliatrici Marocchine, Tunisine e Senegalesi che le truppe d’elite della Wehrmacht si sono ritirate da Monte Cassino e da tutta l’Italia. Questi uomini, tuoi fratelli d’armi, alcuni dei quali sono morti tra le tue braccia, e che ti hanno forse salvato la vita, in nome di cosa saresti andato ad ucciderli nel loro paese d’origine? E’ alla fine di questo periodo parigino che ti ha toccato l’Aikido. Poteva trovare terreno piu’

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Pensieri di O’Sensei Morihei Ueshiba

Per praticare l’Aikido correttamente, e’ necessario: Calmare lo spirito e tornare alla fonte dell’energia. Purificare il corpo e lo spirito, eliminando ogni malizia, egoismo, e desiderio. La lealta’ e la devozione portano al coraggio. Il coraggio conduce allo spirito di sacrificio. Lo spirito di sacrificio crea fiducia nel potere dell’amore. Il Budo non e’ un mezzo per abbattere l’avversario con la forza o con armi letali. Ne’ e’ destinato a condurre il mondo alla distruzione con le armi e altri mezzi illegittimi. Il vero Budo richiede di portare l’energia interiore dell’universo in ordine, proteggere la pace del mondo, cosi’ come la conservazione, tutto in natura nella sua forma giusta. Se il tuo avversario cerca di tirare te, lascialo tirare. Non tirare contro di lui, ma all’unisono con lui. L’Aikido non si basa su armi o forza bruta per avere successo; dobbiamo metterci in sintonia con l’universo, mantenendo la pace nei nostri regni, nutrendo la vita e prevenendo la morte e la distruzione. Il vero significato del termine samurai e’ “colui che serve e aderisce al potere dell’amore”. Promuovi lo spirito guerriero mentre presta servizio nel mondo; illumina il percorso in base alla tua luce interiore. Anche se il nostro percorso e’ completamente diverso dalle arti guerriere del passato, non e’ necessario abbandonare totalmente i vecchi metodi. Assorbiamo venerabili tradizioni in questa arte vestendole di nuovi abiti freschi e ci basiamo sugli stili classici per creare forme migliori. Giorno dopo giorno allena il tuo cuore, affinando la tua tecnica: utilizza il singolo per colpire i molti! Questa e’ la disciplina del Guerriero. La Via del Guerriero non puo’ essere compresa a parole o in lettere: cogli l’essenza e vai avanti verso la realizzazione! L’obiettivo dell’allenamento e’ di fissare i difetti, rafforzando il corpo e pulendo lo spirito Il ferro e’ pieno di impurita’ che lo indeboliscono; attraverso il fuoco della forgiatura, diventa acciaio e si trasforma in una spada tagliente. Gli esseri umani si sviluppano nello stesso modo. Gli istruttori possono impartire solo una frazione dell’insegnamento. E’ attraverso la propria pratica devota che i misteri dell’Aikido prendono vita. La Via del Guerriero e’ basata sull’umanita’, l’amore e la sincerita’; il cuore di valore marziale e’ vero coraggio, saggezza, amore e amicizia. L’enfasi sugli aspetti fisici del guerriero e’ inutile, perche’ la forza del corpo e’ sempre limitata. Un vero guerriero e’ sempre armato di tre cose: la raggiante spada della pacificazione; lo specchio di coraggio, saggezza, e amicizia; il prezioso gioiello dell’illuminazione. L’Aikido e’ il principio di non-resistenza. Perche’ e’ non-resistente, e’ vittorioso fin dall’inizio. Quelli con cattive intenzioni o pensieri controversi sono immediatamente vinti. L’Aikido e’ invincibile perche’ si scontra con niente. Non ci sono competizioni nell’Aikido. Un vero guerriero e’ invincibile perche’ lui o lei si scontra con niente. Sconfitta significa sconfiggere la mente della contesa che ci portiamo dentro. Ferire un avversario e’ come ferire se stessi. Controllare l’aggressivita’ senza ferire qualcuno e’ Aikido. Il guerriero completamente risvegliato puo’ liberamente utilizzare tutti gli elementi contenuti in cielo e in terra. Il vero guerriero impara a percepire correttamente l’attivita’ dell’universo e come trasformare le tecniche marziali in veicoli di purezza, bonta’ e bellezza. La mente e il corpo di un guerriero devono essere permeati di saggezza illuminata e profonda calma. E’ necessario sviluppare una strategia che utilizza tutte le condizioni fisiche e gli elementi che sono direttamente a portata di mano. La migliore strategia si basa su un insieme illimitato di risposte. Un buon atteggiamento e una buona postura riflettono un corretto stato d’animo. La chiave per una buona tecnica e’ quella di mantenere mani, piedi e fianchi dritti e centrati. Se siete centrati, e’ possibile muoversi liberamente. Il centro fisico e’ la pancia; se anche la vostra mente si trova li, si ha la certezza della vittoria in ogni impresa. Spostarsi come un raggio di luce: volare come un fulmine, colpire come un tuono, roteare intorno ad un centro stabile. Le tecniche impiegano quattro qualita’ che riflettono la natura del nostro mondo. A seconda delle circostanze, si dovrebbe essere: duro come un diamante, flessibile come un salice, morbido e fluente come l’acqua, o vuoto come lo spazio. Se il tuo avversario colpisce con il fuoco, tu contrasta con l’acqua, diventando completamente fluido e fluente. L’acqua, per sua natura, non si scontra o collide contro qualsiasi cosa. Al contrario, esso inghiotte qualsiasi attacco innocuamente. Le tecniche dell’Aikido non sono ne’ veloci ne’ lente, ne’ sono all’interno o all’esterno. Esse trascendono il tempo e lo spazio. Quando un avversario si fa avanti, muoviti e ringrazialo; se si vuole tirare indietro, lascialo andare per la sua strada. Il corpo dovrebbe essere triangolare, la mente circolare. Il triangolo rappresenta la generazione di energia ed e’ la postura fisica piu’ stabile. Il cerchio simboleggia la serenita’ e la perfezione, la fonte delle tecniche illimitate. Il quadrato e’ sinonimo di solidita’, la base del controllo applicato. Cerca sempre di essere in comunione con il cielo e la terra; allora il mondo apparira’ nella sua vera luce. La presunzione svanira’ e si puo’ mescolare con qualsiasi attacco. Se il tuo cuore e’ grande abbastanza per avvolgere i tuoi avversari, si puo’ vedere diretti attraverso di loro ed evitare i loro attacchi. E una volta che li si avvolge, si sara’ in grado di guidarli lungo il percorso indicato per te dal cielo e dalla terra. Libero dalle debolezza, ignora gli attacchi affilati dei tuoi nemici: intervieni e agisci! Non guardare questo mondo con paura e disgusto. Affronta coraggiosamente qualunque cosa gli dei ti offrano. La vita stessa e’ sempre una prova. In allenamento, e’ necessario testare e perfezionare se stessi per affrontare le grandi sfide della vita. Trascendi il regno della vita e della morte, e allora sarai in grado di affrontare il tuo cammino con calma e sicurezza attraverso qualsiasi crisi con le quali ti dovrai confrontare. Sii grato anche per le difficolta’, battute d’arresto, e le persone cattive. Trattare con tali ostacoli e’ una parte essenziale della formazione in Aikido. Il fallimento e’

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Il concetto di “JU” (stage giugno 2015)

Generalmente Ju e’ conosciuto come fondamento del judo e del jujitsu. Nell’aikido non se ne parla, difatti subito c’e’ stata meraviglia, ma al termine dello stage i partecipanti si sono resi conto della sua importanza nella pratica applicandosi nei vari esercizi proposti sia a corpo libero che con il bokken ed il tanto. Circa questi aspetti tecnici Andrea fara’ un esauriente riassunto di quanto e’ stato proposto. Da parte mia, con queste note vorrei fare una panoramica storica un po’ piu’ approfondita delle correlazioni tra i due rispetto quanto detto all’inizio dello stage. Il nostro dojo nasce dall’incontro con i maestri Tadashi Abe e Kenshiro Abbe; se i contatti con T.Abe sono stati saltuari, quelli con K.Abbe sono stati lunghi ed intensi, pertanto il mio pensiero di Aikido riflette le concezioni di ambedue i maestri. Judo ed aikido sono stretti parenti perche’ hanno in comune molti principi tecnici (intendo il judo delle origini e non quello agonistico olimpionico, e tralascio le diversita’ filosofiche, anche se quelle educative hanno aspetti consimili). Prima di addentrami nella spiegazione occorre chiarire il significato di JU, che come tutti i termini giapponesi puo’ significare una molteplicita’ di cose. La via piu’ semplice e’ l’osservazione del kanji, come e’ inteso nella pratica delle arti marziali. Il simbolo e’ composto da una parte superiore che rappresenta una lancia (alabarda) e una inferiore che indica un albero. Le varie traduzioni che si trovano indicano: soffice, adattabile, armonioso, gentile, flessibile, duttile, morbido ecc. ecc. ma questi significati devono essere applicati in un contesto che e’ quello delle arti marziali. Ju non significa fare delle tecniche gentili, delicate, deboli, bensi’ applicarle con pienezza di spirito ed efficienza, con il minimo dispendio di energia ed il massimo controllo e centralita’. Osservando dall’esterno una applicazione Ju, pare che tutto avvenga in modo facile, l’azione scorre fluida e non ci si rende conto di quanto lavoro e’ stato necessario per realizzarla. Tornando ai legami Judo / aikido, sappiamo che Kano e Ueshiba hanno frequentato le stesse scuole: Kito ryu e Tenshin ryu. La prima e’ pervasa dalla dottrina dello yin / yang (in-yo), famosa per le proiezioni, il concetto di ran (liberta’ di azione), per pratiche esoteriche legate allo Shingon (branca del buddismo) che lo stesso Ueshiba aveva profondamente studiato; lo stesso nome della scuola significa sorgere – yang elemento positivo(KI) e (TO) cadere – yin, elemento negativo. Questi due elementi regolano le possibilita’ di attuare tecniche secondo il principio JU NO RI ovvero principio della flessibilita’. Una frase sintetizza l’ideale della scuola: JU YOKU GO O SEI SURU cioe’ “la morbidezza controlla la forza”. Questa idea giunse alla scuola tramite il pensiero taoista, andate a leggere gli aforismi di Lao Tsu e troverete innumerevoli esempi sull’importanza della cedevolezza. La flessibilita’ vista e’ riferita all’aspetto tecnico su come in pratica si puo’ realizzare, ma c’e’ un aspetto (ura), nascosto, non visibile, che deve essere evidenziato: quello mentale. Se il corpo deve essere morbido, ancor di piu’ la mente, perche’ dalla sua flessibilita’ ad adeguarsi alle situazioni impreviste dipende il comando impartito ai muscoli per fronteggiare con un appropriato movimento la realta’ che si presenta. Questo era uno dei cardini del Kito Ryu: fare il corpo obbediente alla mente. Non e’ questo anche uno dei fondamenti dell’aikido? L’altra scuola che adotto’ il principio Ju e’ la Tenshin Shino’yo Ryu specializzata negli atemi nei punti scoperti dell’armatura, nelle forme di immobilizzazione e negli strangolamenti, con tecniche in suwari e tachi. Ha una storia molto complicata che si perde nella leggenda. Pare sia nata dagli studi del medico Akiyama, studente del monaco cinese Genpin che aveva portato in Giappone la lotta kenpo, che si diffuse nell’area di Nakasaki ove esistevano numerose scuole autoctone; quella di Akiyama e’ vicina a noi perche’ tra i suoi principi evidenzia la necessita’ di sviluppare il ki ed il ju, nato dall’osservazione dei rami del salice che scaricavano con elasticita’ il peso della neve dai rami, mentre alberi rigidi erano spezzati dallo stesso peso (Yoshin ryu, spirito del salice), che a sua volta origino’ la Tenshin Ryu ed ebbe stretti rapporti con l’aikijustsu della famiglia Takeda. Il principio JU YOKU GO O SEI SURU (la morbidezza controlla la forza) venne applicato con un’altra massima: se l’avversario viene accoglilo, quando va mandalo per la sua strada. Questi principi non li ritroviamo nel nell’aikido e nei kokyunage? Un kata della scuola: itutsu (dei 5 principi) trasmesso da Kano e ritenuto kuden, e’ identico ai movimenti dell’aikido (mi sembra di averlo fatto vedere, ma ne riparleremo). Il principio Ju era in praticamente applicato secondo una formula, anch’essa giunta in Giappone attraverso leggendarie avventure che dice semplicemente: go-go-ju, ni- hachi-ju: 5+5=10-2+8=10, lascio a voi il compito di decifrare il koan, ma e’ presente in tutte le tecniche dell’aikido. Ho accennato alla Kito Ryu ed alle scuole sviluppatesi attorno a Nakasaki attorno al 1600, in quell’area era profondamente studiato il pensiero della dottrina Neoconfuciana di Chu Shi che forni’ ai guerrieri di AIZU le basi dei principi YIN e YANG (in-yo) di cui e’ permeato l’aikido a seguito anche degli studi di OSensei con il Daito ryu di Takeda. Una riflessione che forse non avete mai fatto e’ che quando ci fu alla fine del 1800 la grande sfida tra il nuovo judo e le altre scuole di jujitsu, per vedere quale fosse la piu’ efficace: la parita’ tra i combattenti venne risolta con l’intervento di Shiro Saigo, antenato di Sokaku Takeda che avrebbe ereditato la trasmissione del Daito ryu, se per scrupoli di coscienza, dovendo decidere in quale delle due scuole proseguire gli studi, per non offendere i rispettivi mestri, si ritiro’ in un monastero divenendo un maestro di Kyudo (Tiro con l’arco). Ultima riflessione mi viene alla mente: e’ quella derivante dalla visita di Kano a Ueshiba nel 1930. Dopo l’incontro, il fondatore dell’Aikido accetta di dare lezioni di aikijutsu ai migliori allievi di Kano, tutti futuri decimi dan, e fortissimi judoka (Mochizuki-Nagaoka- Tomiki ecc). Mi chiedo, possibile che tra questi e gli

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Armonizzarsi con l’avversario attraverso l’Aikido

E’ detto che l’Aikido sia il mezzo di unione degli esseri umani mediante l’armoniosa convivenza, o la Via per raggiungere uno spirito di amore verso tutto cio’ che e’ creato. Trattandosi di arte marziale, vale a dire guerresca, nasce il problema di come sia possibile in pratica armonizzare il nostro spirito con quello di un avversario che ci aggredisce e rispondere con amore a tale aggressione. La pratica dell’Aikido permette di rispondere al quesito. La natura umana e’ incline alla soluzione dei contrasti mediante l’uso della forza; chi conosce il principio evangelico di “offrire l’altra guancia” sa quanto sia difficile realizzarlo nella vita quotidiana. Nel nostro subconscio l’istinto atavico della necessita’ di combattere per sopravvivere fluisce nel conscio, non appena ci sentiamo minacciati. Secondo il pensiero di Ueshiba Sensei, fondatore dell’Aikido, aiki trascende il puro livello tecnico-utilitaristico e si espande ed ingloba in se’ quello di armonia, di amore, di conciliazione per tutti gli esseri umani .  Amore-Armonia-Conciliazione-Aikido  La comprensione intellettuale di questo principio non ci garantisce pero’ la capacita’ di trasformarlo in realta’. Naturalmente la trasformazione necessaria al passaggio dalla forma jutsu, (vale a dire da un’idea di vita intesa a dominare un avversario), a quella di do (via di lavoro interiore), richiede un lungo studio e provoca innumerevoli cambiamenti nell’allievo, sino a farlo sembrare diverso dagli altri, come se vivesse in una dimensione diversa. In effetti, il praticante che riesce a vivere l’aiki e’ diverso perche’ e’ il frutto di una lunga e vittoriosa lotta con le innumerevoli carenze del proprio carattere . La nostra epoca da poco spazio alle cose dello spirito, ritenendo molto piu’ importanti il denaro, le armi, il prestigio, la forza e ci spinge alla ricerca di sempre maggiori beni esteriori in un groviglio inestricabile di insoddisfazioni e frustrazioni, che nascondono le cose semplici e vere della vita che sole possono dare la serenita’ L’aikido, accentuando l’importanza dell’armonia, dell’amore, della riconciliazione tra gli esseri umani, e’ una pratica rivoluzionaria che puo’ mettere in crisi alcune innaturali storture della nostra societa’ e propone un piu’ umano e semplice ideale di vita con la ricerca della verita’ dell’esistenza in noi. L’aikido di Ueshiba e’ un mezzo per riscoprire l’antica saggezza che faceva accettare all’uomo quanto la vita offre nella sua totalita’; il suo studio ci permette di condurre l’episodio dell’esistenza terrena con naturalezza e serenita’ senza che le incongruenze della societa’ in cui viviamo possano rompere l’equilibrio raggiunto, ma scorrano su di noi senza lasciare profonde ferite. I traguardi morali raggiungibili con la pratica dell’aikido sono validi per ogni nazione e cultura, perche’ sono valori universali: lottare con i difetti del proprio ego, vivere in semplicita’, avere una ricca vita interiore, essere generosi con chi e’ meno fortunato di noi, avere maggiore rispetto per la natura, sono qualita’ che oggi l’umanita’ deve ritrovare se non vuole cadere in un’involuzione. Ciascun essere umano, indipendentemente dalla matrice culturale e dalla nazionalita’, se riesce a vivere l’idea di aiki nella vita di ogni giorno, comprende che l’aikido, piu’ che un eccellente mezzo di difesa personale, e’ una scuola di autoperfezionamento. In questo senso il suo studio non ha fine e termina unicamente con l’esistenza del praticante. Il maestro Ueshiba, , inglobo’ nella sua arte le tecniche piu’ rappresentative delle varie scuole di bujutsu, comprese quelle che per la loro pericolosita’ erano state tralasciate da Jigoro Kano nel judo. Il suo infaticabile studio gli aveva permesso di fondere in una mirabile sintesi i concetti fondamentali delle varie scuole che tutte superava per completezza ed efficacia quale mezzo di combattimento. Sarebbe potuto divenire una nuova arte marziale o uno sport, ma egli supero’ questi limiti. La novita’ della sua intuizione risiede non tanto nella diversita’ nelle tecniche o negli allenamenti per padroneggiarle, quanto nell’attuazione pratica del principio aiki, nella capacita’ di armonizzare i propri movimenti con quelli dell’aggressore, indipendentemente dalla sua velocita’ e forza. L’essere riuscito a realizzare materialmente tale principio, da sempre teorizzato ed auspicato dai maestri delle scuole di budo, e l’avere creato un sistema che permette a tutti di realizzarlo, fa del maestro Ueshiba il genio delle arti marziali. Il suo valore non si arresta pero’ all’aspetto della pratica: come abbiamo gia’ accennato, assume un profondo valore etico, morale, sociale, investendo l’intera personalita’ umana in un dinamico anelito di pace, di armonia tra la realta’ del proprio io e la societa’ circostante, per raggiungere la comprensione della Realta’ Ultima. Quanto sopra e’ oggettivamente difficile da realizzare, perche’ i veri maestri che possono guidarci sono pochi, e perche’ la maggioranza degli allievi si ferma allo studio degli aspetti pratici.Il passaggio da una concezione materialistica della vita ad una spirituale comporta tali e tanti sacrifici, che solo una minoranza desidera sperimentarli. Come gia’ detto la maggioranza si ferma al primo gradino: il controllo tecnico; alcuni raggiungono lo stadio sociale di cooperazione e reciproco aiuto; pochissimi aspirano a raggiungere l’ultimo stadio, quello realizzato da Ueshiba, in cui l’individuo si fonde e si armonizza con ogni aspetto del creato e puo’ dire come il maestro: “l’Universo e’ in me, io sono l’Universo”. Gli altissimi ideali etici e la difficolta’ non devono spaventare chi varca la soglia di un dojo, percorrere la via e’ indice di avanzamento e le varie tappe che si raggiungono dipendono esclusivamente dalla capacita’ di perseverare e di non arrendersi dinnanzi alle inevitabili cadute, La via dell’aiki e’ come il corso di un fiume: alla sorgente l’acqua trova sassi e fenditure che ne ostacolano il fluire e la frantumano in innumerevoli rivoli; quando giunge al piano, dimentica delle difficolta’ iniziali, l’acqua percorre maestosa il suo inarrestabile percorso verso il mare. Aikido e sport L’aikido pur essendo un’attivita’ di movimento, non e’ uno sport distaccandosene per alcuni elementi fondamentali. Lo sport di massa e’ ben lontano dal primo ideale che lo ha generato, di questo restano solo belle definizioni che raramente si realizzano nella pratica. Cio’ e’ la conseguenza dell’esagerata componente agonistica e di spettacolo perseguiti come fine a se’ stessi. Queste mie parole non vogliono per nulla sminuire il valore dello

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L’Aikido come arte interna (relazione con lo Yoga)

L’Aikido e’ un’arte marziale, ma si differenzia da molte altre simili discipline per gli aspetti che propugna. Molte arti marziali concentrano maggiormente i loro studi sullo sviluppo fisico, arrivando addirittura ad indurire parti del corpo per meglio parare i colpi o apportare maggiori danni all’avversario. In queste discipline, quindi, si prevede uno scontro di forze antagoniste, e secondo i fondatore dell’Aikido cio’ e’ fonte di infiniti contrasti. Queste discipline vengono chiamate “esterne”. L’Aikido invece viene definito arte interna. Ma perche’ questa definizione? Se prestiamo attenzione a questi nostri “tempi moderni” possiamo notare una cosa importante,dei tre elementi che costituiscono l’Uomo, ovvero la mente, il corpo e lo spirito, si tende a dare maggiore ad uno solo dei tre. Chi pensa sia meglio esaltare la mente, chi il corpo, chi lo spirito, ma in questo modo si vengono a creare delle profonde discrepanze nell’animo umano, che portano al caos, sia interno che esterno. In questo modo perdiamo coscienza di cio’ che siamo realmente in grado di fare. A livello fisico pensiamo che una persona piu’ e’ robusta e muscolosa piu’ e’ forte; livello spirituale siamo sempre meno tolleranti verso tutto cio’ che non corrisponde la nostro modello di giusto-sbagliato,senza provare a metterci nei panni dell’altro per vedere cosa noi avremmo fatto; a livello mentale viviamo secondo modelli prestabiliti dalla societa’: magro = bello, grasso = brutto, muscoloso = forte, gracile = debole e cosi’ via. Anche nelle aggressioni rispondiamo a schemi prestabiliti: il gruppo e’ piu’ forte del singolo; un uomo armato e’ piu’ pericoloso di uno disarmato; le donne sono facili prede perche’ non reagiscono. Parlando con gli amici diciamo sempre :”io saprei cosa fare in quel caso” ma quando questo accade il nostro cervello si rifiuta di voler ammettere la situazione di pericolo e si spegne, lasciandoci in balia degli eventi. Pensiamo:”non puo’ succedere a me, non e’ possibile” e restiamo inermi, quando dovremmo contrariamente dire:”e’ fatta! Sta succedendo davvero a me!, posso dimostrare quello che sono e so!” E’ qui che l’Aikido mostra tutto il suo essere: arte marziale perchè con gli allenamenti ci mette in condizione di affrontare situazioni pressanti o di pericolo. Questo perchè gli allenamenti all’interno del dojo devono essere svolti con il giusto atteggiamento mentale: ogni attacco è una reale situazione di pericolo. Soprattutto con gli esercizi di kakari geiko, si impara a gestire situazioni stressanti, e non solo impariamo a difenderci, ma grazie alle molteplici forme/tecniche da cui l’aikido è caratterizzato, si ha la possibilità di spezzare gli schemi mentali che abbiamo acquisito. L’aikido insegna che non esiste una sola risposta ad un attacco, ma una infinita gamma di tecniche, tutte adatte alla situazione. Portando questo atteggiamento mentale nella vita quotidiana, possiamo capire come non esista una sola soluzione per ogni problema, ma basta saper guardare in più direzioni e scopriamo che esistono più alternative. Anche nelle relazioni con le persone intorno a noi, estranei o conoscenti, le cose non cambiano: nel dojo impariamo cosa può realmente minacciare la nostra vita e cosa no, quindi impariamo che molti atteggiamenti che ci irritano sono solo illusioni mentali sono idee errate, qualche cosa che non corrisponde ai nostri pensieri. Ma come spezzare questi schemi mentali? E poi se l’aikido è un’arte marziale, perchè definirla interna? Come diceva Ueshiba “l’aikido è un’arte marziale spirituale, considera le cose ad un livello più alto.” Detta così sembra un’ arte che possono praticare solo i mistici, ma non è vero. Anzi, è proprio il contrario. Come abbiamo già visto prima, molti considerano la mente più del corpo, perdendo contatto con esso; altri il corpo più dello spirito. L’aikido ci costringere a riprendere coscienza di tutti e tre. Ecco perchè viene definita arte interna; prima di tutto ci costringe a vederci per ciò che siamo, a riconoscere i nostri pregi ed nostri difetti. Già da qui si inizia rompere qualche scema mentale. L’uomo da sempre tende alla perfezione, la ricerca in ogni cosa, ma prima di tutto si deve ricercarla dentro di noi. Per praticare realmente quest’arte è d’obbligo sentire il nostro corpo in ogni suo attimo, Essere consapevoli di ogni movimento volontario o involontario, dal salire le scale agli allenamenti nel dojo, dal battito cardiaco alla respirazione. La mente ci insegna non lasciarci sopraffare dagli eventi ed infine a riuscire ad unificare il corpo – mente attraverso uno studio ed una pratica costanti. Prendendo progressivamente coscienza del proprio corpo, si impara anche a vedersi non solo attraverso il riflesso dello specchio, ma ad avere una visione dei movimenti come se si fosse al di fuori del corpo. Per esempio: stiamo provando una forma base di shihonage. Ci rendiamo subito conto che la tecnica ci riesce meglio dalla parte sinistra. A questo punto, se siamo realmente coscienti del nostro corpo, siamo in grado di percepire quali sono i movimenti che compiamo dalla parte sinistra come vedendoci da fuori, capire dove sbagliamo dalla parte destra. Così comprendiamo se stiamo creando poco squilibrio, se, passando sotto il braccio, teniamo le mani troppo in alto creando un’opportunità per l’uke di contrattaccare, e così via. Impariamo anche a capire i nostri difetti posturali, ad es. se siamo gobbi, se abbiamo il peso del centrato. Scoprendo quali sono i nostri difetti nella postura possiamo anche correggerli, riusciamo a capire se è mancanza di tonicità muscolare, o, al contrario se i muscoli devono essere sciolti. E in questa occasione troviamo un aiuto nello yoga. Ueshiba stesso aveva evidenziato come le due discipline fossero simili e complementari. Quando acquistiamo una discreta conoscenza del nostro corpo, diventiamo anche consapevoli del fatto che dentro di noi scorre una potente energia: in Giappone la chiamano ki, in Cina chi, in occidente magnetismo Proprio questa energia è la base dell’aikido, ma prima di imparare a dominarla, dobbiamo capire dove risiede, è un punto preciso del nostro corpo, circa tre cm.sotto l’ombelico e tre dita in profondità: il Seika Tanden. E’ il nostro centro, il punto di raccolta del ki e da dove si propaga nel corpo. L aikido ci consente

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