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“Masakatsu Agatsu Katsuhayabi” (La Vera Vittoria)

“Masakatsu Agatsu Katsuhayabi” e’ il motto dell’Aikido: MASA significa “vero, giusto, diritto”, KATSU e’ “vittoria, trionfo, successo”, A significa “se’ stesso”, pertanto la prima meta’ della frase puo’ essere tradotta letteralmente come: “la vera vittoria e’ la vittoria su se’ stessi” Altre possibili interpretazioni di “Masakatsu Agatsu Katsuhayabi” possono essere: “coraggio che non arretra, associato a sforzo che non indebolisce” “soggioga la tua natura inferiore e sempre risulterai vincitore” “la verita’ ti liberera’ dai timori e dai dubbi su te stesso” HAYA vuol dire “rapido, pronto, dinamico”, mentre BI e’ “sole, giorno, luce” Una traduzione letterale di “katsuhayabi” (in alternativa pronunciato “kachihayahi”) dovrebbe essere “Giorno (Tempo) di Rapida Vittoria ! In aggiunta, questa espressione significa: “Raggiungimento di molteplici obiettivi tutti in una volta” “Condizione dell’essere che trascende tempo e spazio” “Ogni attimo ed ogni movimento, vitali e brillanti!” Infine, chiunque segua il Sentiero dell’Aikido deve dare la sua interpretazione di questo motto. Ecco due doka di Morihei Ueshiba su “Masakatsu Agatsu Katsuhayabi“: “La vera vittoria e’ la vittoria su se stessi ! Mettiti in armonia con il cuore delle cose E trova il diritto alla salvezza Entro il tuo corpo e la tua anima !” “Contemplando questo mondo A volte mi sfugge un lamento ma poi continuo la mia battaglia immergendomi nella luca vorticosa rendendo piu’ vicino il Giorno della rapida vittoria !”

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La Katana

Trattare delle armi d’oriente, anche se limitata a quelle giapponesi, e’ un compito difficile per la vastita’ dell’argomento che esula gli scopi di una conferenza. Oggetto di questa chiacchierata sara’ la spada giapponese, quella usata dai Samurai. Questa arma e’ stata sottoposta a tanti studi che ne evidenziano le caratteristiche tecniche, metallurgiche, artistiche, simboliche e solo gli esperti possono evidenziarne gli aspetti. Parlare della  Katana  significa evocare realta’ e leggenda, circondati da una nebbia ove eroi, dei, cavalieri, amore, guerra, poesia ed arte si muovono senza fine. La Katana e’ stata considerata il simbolo del Giappone tradizionale e il fondamento del Bushido, durato oltre un millennio. La spada nasce con lo stesso popolo giapponese; il piu’ antico testo del paese narra che il principe Yamato la trovo’ nelle coda di un drago  e, con la collana e lo specchio, costituiscono il tesoro sacro del Giappone . A numerose lame furono attribuiti nomi di divinita’ e vennero usate per riti religiosi dallo Scintiosmo, forse perche’ possedevano tre caratteristiche: purezza,rarita’, valore. Da sempre e fino al 1876, anno in cui l’imperatore Meji ne proibisce l’uso in pubblico, la spada e’ stata tramandata di generazione in generazione come massima eredita’ familiare. Origine Le piu’ antiche spade, quelle risalenti all’eta’ del bronzo, sono corte e simili alle daghe romane; con l’eta’ del ferro iniziano ad assumere la forma attuale passando dalla lama diritta con i bordi taglienti, a quella curva con un solo filo. L’origine e’ chiaramente cinese, come indicano i nomi (chien = due bordi e tao=un bordo), che sono all’origine di ken e to che divenne katana . Nel periodo Heian (794-1191), la lama inizia a curvarsi e il metallo diviene acciaio, la leggenda narra che fu creata tagliando in due la spada cinese. Nell’epoca successiva Kamakura (1192-1336) c’e’ l’invasione mongola e la produzione di armi viene enormemente sviluppata; nascono in questo periodo le armi piu’ prestigiose mai realizzate: Sagami, Bizen, Masamune. Esistono diverse lunghezze per la lama, normalmente il samurai indossava il daisho, una katana e una wakizashi, portati sul lato sinistro; erano riposte in fodere shirazaia o in scatole di lacca riccamente decorate. Inoltre esistono una quantita’ di pugnali la cui fattura spesso supera per bellezza e ricchezza le katane stesse: tanto, auchuchi, kozuka (questi ultimi posti nella guardia della katana, utilizzati per il lancio o quale ultimo mezzo di difesa). Si distinguono quattro tipi storici: Spada antica.:a lama diritta di derivazione cino-coreana CHOKUTO, male temperata (900) Spada vecchia: 900-1530 KOTO, nata con il clan dei samurai che ne fecero l’arma piu’ micidiale nei combattimenti a breve distanza. E’ il perido delle lame migliori e di fabbri piu’ abili.  Spada nuova: (1530-1867) SHINTO ove le spade perdono la loro funzionalita’ in favore di una maggiore bellezza artistica a causa dell’introduzione delle armi da fuoco e relativa pace. Spada moderna dopo il 1868 SHIN SHINTO ove i fabbri, grazie anche agli acciai moderni fabbricano ottime lame , mantenendo la forgiatura tradizionale forgiatura.  Nel medioevo giapponese la figura del fabbro veniva, per importanza, subito dopo i nobili ed i samurai. Questi artigiani conducevano una vita austera, prima di fare una spada si purificavano (misogi) e pregavano per invitare gli dei a proteggere il portatore; in breve dedicavano la loro vita al fine di realizzare l’arma piu’ perfetta. Con i secoli la loro abilita’ raggiunse vette ineguagliate: le caratteristiche delle lame si fecero sempre piu’ perfette: il filo piu’ affilato, il problema della durezza dell’acciaio che avrebbe potuto rompersi fu risolto mediante la fusione di strati metallici aventi durezze diverse, il peso si stabilizzo’ attorno al kilogrammo. Ogni famiglia di Daymo aveva i suoi esclusivi fabbri che si tramandavano le particolarita’ dell’arte in grande segreto. Sono molto rari i ricordi scritti per paura che fossero divulgati ad altri. La trasmissione era verbale, e quando anche si trovano indicazioni annotate, sono del tutto impossibili per tradurle in realta’ costruttiva. Cito alcuni esempi: ”Battete l’acciaio sino a che assuma il colore della luna quando spunto nel cielo di giugno” ”Dopo la forgiatura finale immergete la spada nell’acqua che ha la temperatura in febbraio” Per la tempra finale la lama era avvolta in una particolare terra refrattaria che assicurava la qualita’ dell’arma e donava il caratteristico disegno sul fianco della stessa. Poi era la volta del pulitore che doveva renderla liscia e lucente come uno specchio, questo lavoro richiedeva almeno due settimane, sfregando la lama con pietre a grana sempre piu’ fine, nel frattempo artisti incisori si dedicavano alla costruzione delle parti accessori e delle decorazioni. Ancora oggi una etichetta rigorosa impone di trattarla spada come un oggetto di culto: non la si deve guardare quando si sfodera o si inguaina, non la si tocca con le dita, non si respira verso di essa. Spada e religione     Un esempio dello stretto rapporto tra spada e religione si evidenzia con la famosa spada di Kusunaki Kunishige: e’ chiamata Bizen no Kuni Osafune Ju Kagemitsu , fa parte delle 500 lame tesoro nazionale giapponese. Questa spada ha in rilievo Kuri Kara (il dragone) sul fronte e Banji (caratteri san scritti) sul retro. Il dragone che si snoda sulla lama e’ il simbolo della setta esoterica buddista Shingon Mikkyo; il Kanji si legge Kanman e significa Acala che e’ una formula di incantesimo shingon. Il proprietario fu uno dei piu’ abili samurai della storia e credeva alla potenza della magia. Per penetrare nella comprensione di questi rapporti e’ necessario almeno sfiorare alcune caratteristiche che legano il samurai alla religione buddista. Il buddismo Mahayano dall’India, attraverso la Cina ove assorbi’ elementi della filosofia Tao e C’han, giunse in Giappone verso il 1200 e pervase tutta la cultura del popolo, specialmente la casta dei guerrieri, trovo’ nel ramo Zen gli elementi indispensabili al loro modo di pensare e vivere. Fondamento del pensiero del Budda e’ la legge dell’impermanenza e l’anelito a raggiungere lo stato di nirvana (nir = mancanza di passioni, desideri, agitazione, vana=l’insieme di questi), non come si pensa generalmente il nulla. Lo zen libero da speculazioni intellettuali, o da scritture sacre, indica il mezzo per raggiungere lo

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Il concetto di “JU” (stage giugno 2015)

Generalmente Ju e’ conosciuto come fondamento del judo e del jujitsu. Nell’aikido non se ne parla, difatti subito c’e’ stata meraviglia, ma al termine dello stage i partecipanti si sono resi conto della sua importanza nella pratica applicandosi nei vari esercizi proposti sia a corpo libero che con il bokken ed il tanto. Circa questi aspetti tecnici Andrea fara’ un esauriente riassunto di quanto e’ stato proposto. Da parte mia, con queste note vorrei fare una panoramica storica un po’ piu’ approfondita delle correlazioni tra i due rispetto quanto detto all’inizio dello stage. Il nostro dojo nasce dall’incontro con i maestri Tadashi Abe e Kenshiro Abbe; se i contatti con T.Abe sono stati saltuari, quelli con K.Abbe sono stati lunghi ed intensi, pertanto il mio pensiero di Aikido riflette le concezioni di ambedue i maestri. Judo ed aikido sono stretti parenti perche’ hanno in comune molti principi tecnici (intendo il judo delle origini e non quello agonistico olimpionico, e tralascio le diversita’ filosofiche, anche se quelle educative hanno aspetti consimili). Prima di addentrami nella spiegazione occorre chiarire il significato di JU, che come tutti i termini giapponesi puo’ significare una molteplicita’ di cose. La via piu’ semplice e’ l’osservazione del kanji, come e’ inteso nella pratica delle arti marziali. Il simbolo e’ composto da una parte superiore che rappresenta una lancia (alabarda) e una inferiore che indica un albero. Le varie traduzioni che si trovano indicano: soffice, adattabile, armonioso, gentile, flessibile, duttile, morbido ecc. ecc. ma questi significati devono essere applicati in un contesto che e’ quello delle arti marziali. Ju non significa fare delle tecniche gentili, delicate, deboli, bensi’ applicarle con pienezza di spirito ed efficienza, con il minimo dispendio di energia ed il massimo controllo e centralita’. Osservando dall’esterno una applicazione Ju, pare che tutto avvenga in modo facile, l’azione scorre fluida e non ci si rende conto di quanto lavoro e’ stato necessario per realizzarla. Tornando ai legami Judo / aikido, sappiamo che Kano e Ueshiba hanno frequentato le stesse scuole: Kito ryu e Tenshin ryu. La prima e’ pervasa dalla dottrina dello yin / yang (in-yo), famosa per le proiezioni, il concetto di ran (liberta’ di azione), per pratiche esoteriche legate allo Shingon (branca del buddismo) che lo stesso Ueshiba aveva profondamente studiato; lo stesso nome della scuola significa sorgere – yang elemento positivo(KI) e (TO) cadere – yin, elemento negativo. Questi due elementi regolano le possibilita’ di attuare tecniche secondo il principio JU NO RI ovvero principio della flessibilita’. Una frase sintetizza l’ideale della scuola: JU YOKU GO O SEI SURU cioe’ “la morbidezza controlla la forza”. Questa idea giunse alla scuola tramite il pensiero taoista, andate a leggere gli aforismi di Lao Tsu e troverete innumerevoli esempi sull’importanza della cedevolezza. La flessibilita’ vista e’ riferita all’aspetto tecnico su come in pratica si puo’ realizzare, ma c’e’ un aspetto (ura), nascosto, non visibile, che deve essere evidenziato: quello mentale. Se il corpo deve essere morbido, ancor di piu’ la mente, perche’ dalla sua flessibilita’ ad adeguarsi alle situazioni impreviste dipende il comando impartito ai muscoli per fronteggiare con un appropriato movimento la realta’ che si presenta. Questo era uno dei cardini del Kito Ryu: fare il corpo obbediente alla mente. Non e’ questo anche uno dei fondamenti dell’aikido? L’altra scuola che adotto’ il principio Ju e’ la Tenshin Shino’yo Ryu specializzata negli atemi nei punti scoperti dell’armatura, nelle forme di immobilizzazione e negli strangolamenti, con tecniche in suwari e tachi. Ha una storia molto complicata che si perde nella leggenda. Pare sia nata dagli studi del medico Akiyama, studente del monaco cinese Genpin che aveva portato in Giappone la lotta kenpo, che si diffuse nell’area di Nakasaki ove esistevano numerose scuole autoctone; quella di Akiyama e’ vicina a noi perche’ tra i suoi principi evidenzia la necessita’ di sviluppare il ki ed il ju, nato dall’osservazione dei rami del salice che scaricavano con elasticita’ il peso della neve dai rami, mentre alberi rigidi erano spezzati dallo stesso peso (Yoshin ryu, spirito del salice), che a sua volta origino’ la Tenshin Ryu ed ebbe stretti rapporti con l’aikijustsu della famiglia Takeda. Il principio JU YOKU GO O SEI SURU (la morbidezza controlla la forza) venne applicato con un’altra massima: se l’avversario viene accoglilo, quando va mandalo per la sua strada. Questi principi non li ritroviamo nel nell’aikido e nei kokyunage? Un kata della scuola: itutsu (dei 5 principi) trasmesso da Kano e ritenuto kuden, e’ identico ai movimenti dell’aikido (mi sembra di averlo fatto vedere, ma ne riparleremo). Il principio Ju era in praticamente applicato secondo una formula, anch’essa giunta in Giappone attraverso leggendarie avventure che dice semplicemente: go-go-ju, ni- hachi-ju: 5+5=10-2+8=10, lascio a voi il compito di decifrare il koan, ma e’ presente in tutte le tecniche dell’aikido. Ho accennato alla Kito Ryu ed alle scuole sviluppatesi attorno a Nakasaki attorno al 1600, in quell’area era profondamente studiato il pensiero della dottrina Neoconfuciana di Chu Shi che forni’ ai guerrieri di AIZU le basi dei principi YIN e YANG (in-yo) di cui e’ permeato l’aikido a seguito anche degli studi di OSensei con il Daito ryu di Takeda. Una riflessione che forse non avete mai fatto e’ che quando ci fu alla fine del 1800 la grande sfida tra il nuovo judo e le altre scuole di jujitsu, per vedere quale fosse la piu’ efficace: la parita’ tra i combattenti venne risolta con l’intervento di Shiro Saigo, antenato di Sokaku Takeda che avrebbe ereditato la trasmissione del Daito ryu, se per scrupoli di coscienza, dovendo decidere in quale delle due scuole proseguire gli studi, per non offendere i rispettivi mestri, si ritiro’ in un monastero divenendo un maestro di Kyudo (Tiro con l’arco). Ultima riflessione mi viene alla mente: e’ quella derivante dalla visita di Kano a Ueshiba nel 1930. Dopo l’incontro, il fondatore dell’Aikido accetta di dare lezioni di aikijutsu ai migliori allievi di Kano, tutti futuri decimi dan, e fortissimi judoka (Mochizuki-Nagaoka- Tomiki ecc). Mi chiedo, possibile che tra questi e gli

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Attitudine a praticare con tutti

Farvi gli auguri di buona fine 2015 e buon inizio 2016 e’ l’occasione per ricordare lo spirito che anima il nostro gruppo di aikidoka. Gia’ con gli auguri del 2013 abbiamo evidenziato un processo lento ma continuo, una trasformazione silenziosa, non tanto nello stile quanto nell’approccio all’aikido che ci ha portato a cambiare il nome del gruppo da “Scuola di Aikido Tadashi Abe” a “Amicidellaikido”. Useremo poco i nomi giapponesi per evitare l’esotismo e quello che puo’ portare con se’: il “gurismo” e il “settarismo”. Praticare aikido con tutti. Questo e’ un proposito che e’ piu’ facile a dirsi che a farsi. Spesso, dopo anni di una pratica che dovrebbe portare all’unione, ci si ritrova ad essere ottimi tecnici e pessimi rappresentanti dei messaggi del Fondatore. E’ piuttosto comune sentire praticanti con 20-30 anni (o piu’) di allenamento alle spalle, criticare altri praticanti coetanei o meno per il fatto che non rispecchierebbero i canoni di verita’ a cui sono abituati, oppure, perche’ “non si vedono le basi”, oppure perche’ “non c’e’ marzialita’” e via dicendo. Questo atteggiamento si ritrova sul tatami durante i raduni o gli stage, quando i presenti dovrebbero esercitarsi nel ripetere il piu’ fedelmente possibile quanto appena mostrato dall’insegnante in carica. Purtroppo e’ facile vedere le maggiori deviazioni non tanto tra i principianti, quanto tra gli esperti che restano attaccati alle proprie abitudini. Ancora piu’ raro e’ vedere un esperto chiedere all’insegnante di dare maggiori chiarimenti o di ripetere o spiegare questo o quel dettaglio tecnico o qualche ragionamento. Siamo convinti che la liberta’ passi per il rigore e la disciplina e che gli esperti, insegnanti o meno, debbano mettersi alla prova. N.Tamura era solito dire:<<un millimetro a destra o un millimetro a sinistra non e’ piu’ aikido>>. Effettivamente nei primi anni di pratica le prove che vengono offerte sono di tipo tecnico, di resistenza, di tenacia, di ardore (<sette volte a terra, otto volte in piedi>). Con gli anni, purtroppo, e’ raro vedere trasformare questo abituale sistema di allenamento in modo da disciplinare l’aikidoka esperto a praticare l’aiki, l’unione con gli altri, ad instaurare relazioni proficue, a insegnare a praticare con tutti. Con riferimento a questo, un esercizio di auto disciplina consiste nell’accettare le forme proposte da ogni insegnante rispettando il suo lavoro, non importa che si tratti di una pratica o di un tema altro rispetto a quanto usuale per noi e che non condividiamo. La disciplina consente non tanto di essere liberi di criticare ma di essere talmente liberi da accettare l’altro. Ai giovani praticanti di oggi, che diventeranno esperti di domani, suggeriamo di allenarsi (e certamente noi li inciteremo in tal senso) a ripetere sempre e comunque quanto visto fare da ogni insegnante condividendo con lui ogni dubbio o riflessione. Tutto questo sara’ poi un utile supporto per approfondire, dibattere l’argomento anche nel proprio dojo condividendolo con chi non era presente alla lezione, persino nel caso in cui non si sia d’accordo. Agli insegnanti esperti o meno, suggeriamo di praticare in modo analogo, di allenarsi a spazzare il tatami o l’ingresso del dojo, di pulire il proprio specchio, di svuotare il proprio bicchiere, di disciplinare il proprio ego e aggiungiamo, di abituarsi a proporre ai propri allievi quanto mostrato da altri nei raduni anche se non si condivide quanto visto. Anzi, riproponiamo nel nostro dojo i temi affrontati altrove in modo da esercitarci a ricordare l’esatta sequenza di quanto presentato durante lo stage. Questo aumentera’ la nostra concentrazione ( o almeno la memoria) e ci servira’ per rivedere a freddo gli esercizi e a far decantare un potenziale messaggio per raccoglierlo tempo dopo. Quest’attitudine, questo allenamento ci garantira’ anche settimane o mesi di lezioni gia’ preparate: di questo dovremo essere grati a chi ha tenuto il corso in oggetto, sia che ci abbia interessato molto, sia che lo abbiamo odiato. Anzi sara’ ancora piu’ allenante in termini di disciplina interiore se il corso che riproporremo ci era completamente lontano. Un altro tipo di allenamento che troviamo particolarmente utile sotto tutti i punti di vista e’ quello di riassumere per scritto i corsi frequentati o tenuti condividendo il testo con gli insegnanti che avevano la responsabilita’ delle lezioni per verificare di aver colto i dettagli e il quadro generale (quando c’e’). L’aikido non e’ solo pratico e teorico; e’ verbale ed anche scritto. Visto che si parla di aikido applicato (praticato) nella vita di tutti i giorni, a maggior ragione dobbiamo scrivere sull’aikido e non solo parlarne o sudare: nello stesso modo in cui tutti i giorni scriviamo, conversiamo e camminiamo. Pierre Chassang diceva di non lasciare la testa nello spogliatoio e noi aggiungiamo non dimenticatevi nemmeno la penna. Una strategia indiretta per sviluppare l’autodisciplina e’ la disponibilita’. Essa si esprime anche nell’offrire ad un insegnante esterno la possibilita’ di tenere lezione del proprio dojo, persino nel caso in cui non si sia ricevuta la stessa ospitalita’. In questo modo inoltre, si esprimono, si attuano e si sperimentano i canoni di cortesia ed etichetta tra insegnanti e responsabili di dojo (tipici delle arti marziali) Questa strategia della disponibilita’ oltre a metterci alla prova, aiutera’ ad aprire le relazioni, le rendera’ dinamiche, inneschera’ un processo di interrelazione e stara’ a noi trarne profitto. Per correggere se’ stessi non basta volerlo; con la sola volonta’ non e’ detto che si riesca ad uscire da cio’ che ci e’ usuale, abituale, comodo; tutto cio’ che e’ ritenuto tale dal nostro cervello, dal nostro pensiero, e’ comodo cosi’ com’e’ e per scomodarlo e’ necessario usare una strategia indiretta, “stratagemmi” che facciano emergere le nostre spigolosita’, le nostre emozioni, le nostre reazioni di fronte ad uno scarto inatteso. Allenarsi a questo e’ difficile se si resta ancorati al nostro dojo, ai nostri compagni, a cio’ che ci e’ famigliare. Per creare lo scarto adeguato e metterci in discussione, proponiamo agli esperti (diciamo a chi ha almeno oltre 5-7000 ore di pratica) di non indossare l’hakama e di partecipare a raduni, stage e lezioni in altri dojo senza rivendicare

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Armonizzarsi con l’avversario attraverso l’Aikido

E’ detto che l’Aikido sia il mezzo di unione degli esseri umani mediante l’armoniosa convivenza, o la Via per raggiungere uno spirito di amore verso tutto cio’ che e’ creato. Trattandosi di arte marziale, vale a dire guerresca, nasce il problema di come sia possibile in pratica armonizzare il nostro spirito con quello di un avversario che ci aggredisce e rispondere con amore a tale aggressione. La pratica dell’Aikido permette di rispondere al quesito. La natura umana e’ incline alla soluzione dei contrasti mediante l’uso della forza; chi conosce il principio evangelico di “offrire l’altra guancia” sa quanto sia difficile realizzarlo nella vita quotidiana. Nel nostro subconscio l’istinto atavico della necessita’ di combattere per sopravvivere fluisce nel conscio, non appena ci sentiamo minacciati. Secondo il pensiero di Ueshiba Sensei, fondatore dell’Aikido, aiki trascende il puro livello tecnico-utilitaristico e si espande ed ingloba in se’ quello di armonia, di amore, di conciliazione per tutti gli esseri umani .  Amore-Armonia-Conciliazione-Aikido  La comprensione intellettuale di questo principio non ci garantisce pero’ la capacita’ di trasformarlo in realta’. Naturalmente la trasformazione necessaria al passaggio dalla forma jutsu, (vale a dire da un’idea di vita intesa a dominare un avversario), a quella di do (via di lavoro interiore), richiede un lungo studio e provoca innumerevoli cambiamenti nell’allievo, sino a farlo sembrare diverso dagli altri, come se vivesse in una dimensione diversa. In effetti, il praticante che riesce a vivere l’aiki e’ diverso perche’ e’ il frutto di una lunga e vittoriosa lotta con le innumerevoli carenze del proprio carattere . La nostra epoca da poco spazio alle cose dello spirito, ritenendo molto piu’ importanti il denaro, le armi, il prestigio, la forza e ci spinge alla ricerca di sempre maggiori beni esteriori in un groviglio inestricabile di insoddisfazioni e frustrazioni, che nascondono le cose semplici e vere della vita che sole possono dare la serenita’ L’aikido, accentuando l’importanza dell’armonia, dell’amore, della riconciliazione tra gli esseri umani, e’ una pratica rivoluzionaria che puo’ mettere in crisi alcune innaturali storture della nostra societa’ e propone un piu’ umano e semplice ideale di vita con la ricerca della verita’ dell’esistenza in noi. L’aikido di Ueshiba e’ un mezzo per riscoprire l’antica saggezza che faceva accettare all’uomo quanto la vita offre nella sua totalita’; il suo studio ci permette di condurre l’episodio dell’esistenza terrena con naturalezza e serenita’ senza che le incongruenze della societa’ in cui viviamo possano rompere l’equilibrio raggiunto, ma scorrano su di noi senza lasciare profonde ferite. I traguardi morali raggiungibili con la pratica dell’aikido sono validi per ogni nazione e cultura, perche’ sono valori universali: lottare con i difetti del proprio ego, vivere in semplicita’, avere una ricca vita interiore, essere generosi con chi e’ meno fortunato di noi, avere maggiore rispetto per la natura, sono qualita’ che oggi l’umanita’ deve ritrovare se non vuole cadere in un’involuzione. Ciascun essere umano, indipendentemente dalla matrice culturale e dalla nazionalita’, se riesce a vivere l’idea di aiki nella vita di ogni giorno, comprende che l’aikido, piu’ che un eccellente mezzo di difesa personale, e’ una scuola di autoperfezionamento. In questo senso il suo studio non ha fine e termina unicamente con l’esistenza del praticante. Il maestro Ueshiba, , inglobo’ nella sua arte le tecniche piu’ rappresentative delle varie scuole di bujutsu, comprese quelle che per la loro pericolosita’ erano state tralasciate da Jigoro Kano nel judo. Il suo infaticabile studio gli aveva permesso di fondere in una mirabile sintesi i concetti fondamentali delle varie scuole che tutte superava per completezza ed efficacia quale mezzo di combattimento. Sarebbe potuto divenire una nuova arte marziale o uno sport, ma egli supero’ questi limiti. La novita’ della sua intuizione risiede non tanto nella diversita’ nelle tecniche o negli allenamenti per padroneggiarle, quanto nell’attuazione pratica del principio aiki, nella capacita’ di armonizzare i propri movimenti con quelli dell’aggressore, indipendentemente dalla sua velocita’ e forza. L’essere riuscito a realizzare materialmente tale principio, da sempre teorizzato ed auspicato dai maestri delle scuole di budo, e l’avere creato un sistema che permette a tutti di realizzarlo, fa del maestro Ueshiba il genio delle arti marziali. Il suo valore non si arresta pero’ all’aspetto della pratica: come abbiamo gia’ accennato, assume un profondo valore etico, morale, sociale, investendo l’intera personalita’ umana in un dinamico anelito di pace, di armonia tra la realta’ del proprio io e la societa’ circostante, per raggiungere la comprensione della Realta’ Ultima. Quanto sopra e’ oggettivamente difficile da realizzare, perche’ i veri maestri che possono guidarci sono pochi, e perche’ la maggioranza degli allievi si ferma allo studio degli aspetti pratici.Il passaggio da una concezione materialistica della vita ad una spirituale comporta tali e tanti sacrifici, che solo una minoranza desidera sperimentarli. Come gia’ detto la maggioranza si ferma al primo gradino: il controllo tecnico; alcuni raggiungono lo stadio sociale di cooperazione e reciproco aiuto; pochissimi aspirano a raggiungere l’ultimo stadio, quello realizzato da Ueshiba, in cui l’individuo si fonde e si armonizza con ogni aspetto del creato e puo’ dire come il maestro: “l’Universo e’ in me, io sono l’Universo”. Gli altissimi ideali etici e la difficolta’ non devono spaventare chi varca la soglia di un dojo, percorrere la via e’ indice di avanzamento e le varie tappe che si raggiungono dipendono esclusivamente dalla capacita’ di perseverare e di non arrendersi dinnanzi alle inevitabili cadute, La via dell’aiki e’ come il corso di un fiume: alla sorgente l’acqua trova sassi e fenditure che ne ostacolano il fluire e la frantumano in innumerevoli rivoli; quando giunge al piano, dimentica delle difficolta’ iniziali, l’acqua percorre maestosa il suo inarrestabile percorso verso il mare. Aikido e sport L’aikido pur essendo un’attivita’ di movimento, non e’ uno sport distaccandosene per alcuni elementi fondamentali. Lo sport di massa e’ ben lontano dal primo ideale che lo ha generato, di questo restano solo belle definizioni che raramente si realizzano nella pratica. Cio’ e’ la conseguenza dell’esagerata componente agonistica e di spettacolo perseguiti come fine a se’ stessi. Queste mie parole non vogliono per nulla sminuire il valore dello

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L’Aikido come arte interna (relazione con lo Yoga)

L’Aikido e’ un’arte marziale, ma si differenzia da molte altre simili discipline per gli aspetti che propugna. Molte arti marziali concentrano maggiormente i loro studi sullo sviluppo fisico, arrivando addirittura ad indurire parti del corpo per meglio parare i colpi o apportare maggiori danni all’avversario. In queste discipline, quindi, si prevede uno scontro di forze antagoniste, e secondo i fondatore dell’Aikido cio’ e’ fonte di infiniti contrasti. Queste discipline vengono chiamate “esterne”. L’Aikido invece viene definito arte interna. Ma perche’ questa definizione? Se prestiamo attenzione a questi nostri “tempi moderni” possiamo notare una cosa importante,dei tre elementi che costituiscono l’Uomo, ovvero la mente, il corpo e lo spirito, si tende a dare maggiore ad uno solo dei tre. Chi pensa sia meglio esaltare la mente, chi il corpo, chi lo spirito, ma in questo modo si vengono a creare delle profonde discrepanze nell’animo umano, che portano al caos, sia interno che esterno. In questo modo perdiamo coscienza di cio’ che siamo realmente in grado di fare. A livello fisico pensiamo che una persona piu’ e’ robusta e muscolosa piu’ e’ forte; livello spirituale siamo sempre meno tolleranti verso tutto cio’ che non corrisponde la nostro modello di giusto-sbagliato,senza provare a metterci nei panni dell’altro per vedere cosa noi avremmo fatto; a livello mentale viviamo secondo modelli prestabiliti dalla societa’: magro = bello, grasso = brutto, muscoloso = forte, gracile = debole e cosi’ via. Anche nelle aggressioni rispondiamo a schemi prestabiliti: il gruppo e’ piu’ forte del singolo; un uomo armato e’ piu’ pericoloso di uno disarmato; le donne sono facili prede perche’ non reagiscono. Parlando con gli amici diciamo sempre :”io saprei cosa fare in quel caso” ma quando questo accade il nostro cervello si rifiuta di voler ammettere la situazione di pericolo e si spegne, lasciandoci in balia degli eventi. Pensiamo:”non puo’ succedere a me, non e’ possibile” e restiamo inermi, quando dovremmo contrariamente dire:”e’ fatta! Sta succedendo davvero a me!, posso dimostrare quello che sono e so!” E’ qui che l’Aikido mostra tutto il suo essere: arte marziale perchè con gli allenamenti ci mette in condizione di affrontare situazioni pressanti o di pericolo. Questo perchè gli allenamenti all’interno del dojo devono essere svolti con il giusto atteggiamento mentale: ogni attacco è una reale situazione di pericolo. Soprattutto con gli esercizi di kakari geiko, si impara a gestire situazioni stressanti, e non solo impariamo a difenderci, ma grazie alle molteplici forme/tecniche da cui l’aikido è caratterizzato, si ha la possibilità di spezzare gli schemi mentali che abbiamo acquisito. L’aikido insegna che non esiste una sola risposta ad un attacco, ma una infinita gamma di tecniche, tutte adatte alla situazione. Portando questo atteggiamento mentale nella vita quotidiana, possiamo capire come non esista una sola soluzione per ogni problema, ma basta saper guardare in più direzioni e scopriamo che esistono più alternative. Anche nelle relazioni con le persone intorno a noi, estranei o conoscenti, le cose non cambiano: nel dojo impariamo cosa può realmente minacciare la nostra vita e cosa no, quindi impariamo che molti atteggiamenti che ci irritano sono solo illusioni mentali sono idee errate, qualche cosa che non corrisponde ai nostri pensieri. Ma come spezzare questi schemi mentali? E poi se l’aikido è un’arte marziale, perchè definirla interna? Come diceva Ueshiba “l’aikido è un’arte marziale spirituale, considera le cose ad un livello più alto.” Detta così sembra un’ arte che possono praticare solo i mistici, ma non è vero. Anzi, è proprio il contrario. Come abbiamo già visto prima, molti considerano la mente più del corpo, perdendo contatto con esso; altri il corpo più dello spirito. L’aikido ci costringere a riprendere coscienza di tutti e tre. Ecco perchè viene definita arte interna; prima di tutto ci costringe a vederci per ciò che siamo, a riconoscere i nostri pregi ed nostri difetti. Già da qui si inizia rompere qualche scema mentale. L’uomo da sempre tende alla perfezione, la ricerca in ogni cosa, ma prima di tutto si deve ricercarla dentro di noi. Per praticare realmente quest’arte è d’obbligo sentire il nostro corpo in ogni suo attimo, Essere consapevoli di ogni movimento volontario o involontario, dal salire le scale agli allenamenti nel dojo, dal battito cardiaco alla respirazione. La mente ci insegna non lasciarci sopraffare dagli eventi ed infine a riuscire ad unificare il corpo – mente attraverso uno studio ed una pratica costanti. Prendendo progressivamente coscienza del proprio corpo, si impara anche a vedersi non solo attraverso il riflesso dello specchio, ma ad avere una visione dei movimenti come se si fosse al di fuori del corpo. Per esempio: stiamo provando una forma base di shihonage. Ci rendiamo subito conto che la tecnica ci riesce meglio dalla parte sinistra. A questo punto, se siamo realmente coscienti del nostro corpo, siamo in grado di percepire quali sono i movimenti che compiamo dalla parte sinistra come vedendoci da fuori, capire dove sbagliamo dalla parte destra. Così comprendiamo se stiamo creando poco squilibrio, se, passando sotto il braccio, teniamo le mani troppo in alto creando un’opportunità per l’uke di contrattaccare, e così via. Impariamo anche a capire i nostri difetti posturali, ad es. se siamo gobbi, se abbiamo il peso del centrato. Scoprendo quali sono i nostri difetti nella postura possiamo anche correggerli, riusciamo a capire se è mancanza di tonicità muscolare, o, al contrario se i muscoli devono essere sciolti. E in questa occasione troviamo un aiuto nello yoga. Ueshiba stesso aveva evidenziato come le due discipline fossero simili e complementari. Quando acquistiamo una discreta conoscenza del nostro corpo, diventiamo anche consapevoli del fatto che dentro di noi scorre una potente energia: in Giappone la chiamano ki, in Cina chi, in occidente magnetismo Proprio questa energia è la base dell’aikido, ma prima di imparare a dominarla, dobbiamo capire dove risiede, è un punto preciso del nostro corpo, circa tre cm.sotto l’ombelico e tre dita in profondità: il Seika Tanden. E’ il nostro centro, il punto di raccolta del ki e da dove si propaga nel corpo. L aikido ci consente

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Il Guerriero ed i fiori di ciliegio

Il ciliegio venne adottato dai Samurai quale emblema di appartenenza alla propria classe. Nell’iconografia classica del guerriero, il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducita’ della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il Samurai vedeva riflessa la grandiosita’ della propria figura avvolta nell’armatura, ma e’ sufficiente un improvviso temporale perche’ tutti i fiori cadano a terra, proprio come il Samurai puo’ cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo ma come l’unica maniera onorevole di andarsene, riflette’ nel fiore di ciliegio questa filosofia. Un antico verso ancora oggi ricordato e’ “hana wa sakuragi, hito wa bushi“, che tradotto significa “tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero“. Coincidendo con l’equinozio di primavera, la fioritura del ciliegio rappresenta la rinascita, il rinnovamento, la forza vitale insita in tutte le cose di questo mondo. Un simbolo di vita, dunque, ma anche del suo naturale ‘opposto’: il fiore di ciliegio, appena raggiunge il massimo del suo splendore, si stacca e muore, viene portato via dal vento e con esso si disperde. La vista di un ciliegio in fiore e’ davvero emozionante: fa emergere prepotentemente nel nostro animo sentimenti apparentemente contraddittori, di gioia ma anche di sgomento, di smarrimento. Il fiore di ciliegio e’ testimone del fatto che la vita e’ un dono meraviglioso, ma anche che dura poco. Si narra che il colore dei fiori del ciliegio in origine fosse candido ma che, a seguito dell’ordine di un imperatore di far seppellire i Samurai caduti in battaglia sotto gli alberi di ciliegio, i petali divennero rosa per aver succhiato il sangue di quei nobili guerrieri. Anche quelli che, tra i Samurai, secondo il loro codice d’onore, decidevano di suicidarsi, sembra fossero solito farlo proprio sotto gli alberi di ciliegio Le nostre paure pipu’ profonde, variamente camuffate, trovano origine in quella che forse e’ la piu’ grande di tutte le paure: la paura della morte. Tema ben noto ai guerrieri Samurai, educati alla concezione non dualistica di vita-morte. Il guerriero e’ consapevole che e’ solo di passaggio sulla terra, e che il suo vivere e’ magnifico quanto effimero, esattamente come un fiore di ciliegio.

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